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Felicia Buonomo – Poesie Inedite

Felicia Buonomo è nata a Desio (MB) nel 1980. Dopo la laurea in Economia Internazionale, nel 2007 inizia la carriera giornalistica, occupandosi principalmente di diritti umani. Nel 2011 vince il “Premio Tv per il giornalismo investigativo Roberto Morrione – Premio Ilaria Alpi”, con l’inchiesta “Mani Pulite 2.0”. Alcuni dei suoi video-reportage esteri sono stati trasmessi da Rai 3 e RaiNews24.
Pubblica il saggio “Pasolini profeta” (Mucchi Editore, 2011) e “I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin” (Aut Aut Edizioni, 2020), libro reportage sullo sfruttamento del lavoro minorile nell’industria edilizia.
Parallelamente all’attività giornalistica, porta avanti un progetto di street poetry sotto lo pseudonimo di Fuoco Armato, con il quale ha partecipato a progetti di riqualificazione del territorio a Bologna, Roma e Milano, realizzando opere murali con proprie poesie inedite. Altre sue poesie sono state pubblicate sulla rivista “Argo – Poesia del nostro tempo”, da Alfonso Maria Petrosino, su Lit-blog “La rosa in più” da Salvatore Sblando, su Limes Lettere, su poetidelparco.it, sulla rivista “Periferie” da Vincenzo Luciani, su Milanocosa.it da Adam Vaccaro, sulla rivista Versante Ripido, su Margutte, da Silvia Pio su Carte Sensibili da Fernanda Ferraresso, su ClanDestino Rivista, su Atelier poesia da Clery Celeste, su IrisNews da Chiara De Luca, su La macchina sognante da Bartolomeo Bellanova e su Leggere Poesia da Michela Zanarella. Un suo testo poetico è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti. In primavera uscirà la sua prima raccolta di poesie, “Cara catastrofe”, edita da Miraggi Edizioni. Scrive di poesia su Carteggi Letterari – critica e dintorni.

«Aspetto papà», ha detto. Aveva quattro anni di età
e due di chemioterapia. Papà, due
di immotivati sensi di colpa.
Era mia sorella. Se n’è andata
tra le lenzuola con il merletto in pizzo
di mamma, che ha scelto la morte
per aprire il corredo avuto in dote.

«Non è stata la malattia a portarsela via»,
dice papà. «Non ho saputo proteggerla».
Papà si crede Dio,
che di vita e morte decide.

*

Riceve in dono un occhio nero
e altri segni viola sul corpo.
È Natale. Giura su Dio che Babbo Natale
si chiami Andrea. E che non lo dirà a nessuno.

Quando rompe il giuramento
avevo quindici anni e Andrea
era ancora mio fratello.
«Noi non crediamo a Babbo Natale»,
dicono mamma e papà.

*

Ridevamo per nasconderci.
Per non farci trovare dal dolore.
Un giorno è diventata donna e madre,
e ha sentito urlare: tana!
Da allora non può più nascondersi.

Era la mia migliore amica.
Non la vedo da quando Andrea
mi ha rubato l’adolescenza.
Una volta all’anno piango per lei,
ricordando la mia ultima vita felice.

Rita Bompadre: Recensione "Vista dalla Luna" di Chandra Livia Candiani


Vista dalla luna, di Chandra Livia Candiani (Salani Editore) è un’invisibile ed impalpabile itinerario intorno alla consapevolezza del mondo rappresentato con la luminosità sotterranea dell’accorata dignità dell’infanzia. La poetessa diffonde la luce attraversando la coscienza dell’intenso vedere oltre e trasportando il bagaglio sentimentale nella materia spirituale e reale, nella trasposizione simbolica di oggetti e di immagini, nell’astrazione di un sentire profondo e vicino ai bambini, percepito con i loro occhi, nel vivo conflitto emotivo. Gli impulsi e le incessanti aritmie del cuore irradiano la sensitività, orientano nell’altrove le sensazioni di ogni vulnerabilità e contro le minacce l’autrice pone empaticamente il suo accento poetico come sostegno e libera la rabbia dell’ignoranza ricambiandola con la saggezza. Lo stile ancorato alle sofferenze e alle speranze esprime la nobile consistenza di chi, esente da colpe ed incapace di concepire il male si affida all’istintiva familiarità dei luoghi e delle persone amate. I bambini con la loro evocativa presenza sono consumati dalla pura discrezione che non trova giustificazione al dichiarato dolore ma che macera ineluttabilmente l’indiscriminata e fredda crudeltà nelle parole, accordate alla scarna attualità. La poetessa intraprende una ricostruzione letteraria decostruita e disarmante, deteriorata dalle alterazioni umane ed il lato oscuro delle cose così come delle persone attanaglia e avvince la verità più crudele. L’unica protezione in funzione di difesa è il sogno, rifugio nella parte migliore di ogni privata conquista dell’anima. L’invito ad intraprendere la via della comprensione è un’esortazione all’indulgenza astratta dalla realtà degli eventi che conduce ad un’esigenza interiore di desiderio di riscatto e di bene. Le sentenze affettive confermano una forza linguistica universale, nell’ingannevole metafora di ogni fiaba apocrifa i bambini sono i profeti dall’ autentico significato e, capaci di decifrare gli enigmi degli adulti, interpretano una significazione intima elevando l’incisività dello spirito riflesso contro gli ancestrali richiami dagli abissi di ogni negazione alla sensibilità.

La bambina è blu.
Come le ombre sulla neve.
Conserva le parole in un sacco
buio
apre le parole al vento.
Come una scolara, non vista,
in cortile
parla con l’aria.

Lunedì Poesia: Silvia Parmigiani


Un’Apolide Cosmopolita

Nasco dalla terra bianca;
che fu nido classico,
che fu impero maestoso e
che vide tanta gloria.
Terra impregnata
del sangue degli schiavi.

Affondo nel mare,
nella Tratta che Lega
due sponde, ma
che anche le separa,
ignoro a quale sponda
sia la mia casa.

Nasco dalla terra nera,
che fu culla del mondo,
dove nacque ogni uomo, e
dove ogni uomo
diventa materia prima.
Terra piegata e sconfitta.

Davide Cortese – Poesie Inedite

Davide Cortese è nato nell’ isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” , alla quale sono seguite le sillogi: “Babylon Guest House” , “Storie del bimbo ciliegia”, “ANUDA” , “OSSARIO”, “MADREPERLA”, “Lettere da Eldorado”, “DARKANA” e “VIENTU”: una raccolta di poesie in dialetto eoliano. Nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia. E’ autore del romanzo “Tattoo Motel”, di due raccolte di racconti, della monografia “I Morticieddi – Morti e bambini in un’antica tradizione eoliana” e dela fiaba “Piccolo re di un’isola di pietra pomice”. E’ inoltre un illustratore: ha all’attivo numerose mostre collettive e personali. Dal 2013 fa parte del gruppo performativo “Artisti§innocenti”. Un suo cortometraggio: “Mahara” è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO nel 2004 e all’EscaMontage Film Festival nel 2013.

Li vedo inabissare le radici
fino al cuore di fuoco del mondo.
Nelle loro corolle rosse

– gonne leggere
stropicciate dagli adolescenti –
i papaveri cullano nel vento
il cuore di carbone dei morti.

*

Perdura nelle braccia di mia madre
il peso del bambino che sostenne.
Mi strinse con le stesse dita
che toccarono la mezzanotte.
I cavalli disegnati
dalle nuvole un solo istante
hanno ossa che da millenni
brillano sulla terra.

*

Ragazzo di bottega del demonio
è il poeta
che col segreto artiglio di un verso
fa del demonio
il suo ragazzo di bottega.

Nicola Grato – Poesie Inedite

Nicola Grato (Palermo, 1975) è laureato in Lettere moderne con una tesi su Lucio Piccolo. Insegnante di scuole medie, ha pubblicato due libri di versi, Deserto giorno, La Zisa 2009 e Inventario per il macellaio, Interno Poesia 2018, oltre ad alcuni saggi sulle biografie. Ha svolto per cinque anni il ruolo di drammaturgo della Compagnia del Teatro del baglio di Villafrati (PA) in collaborazione con Santo Lombino e per la regia di Enzo Toto, scrivendo testi da Tommaso Bordonaro, Giono, Tournier, Turoldo ed Elsa Morante.

finis.

sul colle dove c’era la casa diroccata
guardavamo le stelle a prima sera:
il Carro Aldebaran Sirio Orione.
Nella casa di sotto (che poi avremmo venduto)
c’era mia madre sola – annegata nel corpo
disfatto dell’estate, blaterava parole:
una spiga recisa la sua mente di falco
già da tempo la morte le aveva dato scacco.

*

né il giorno né l’ora.

leggevo che il desiderio si trova
financo nei batteri, negli uccelli –
siamo forse il composto di ricordi,
acidi nucleici, di proteine,
ma ancora non sappiamo giorno e ora
e cosa più importante
il luogo: il letto rotto della casa
di via Cristoforo Colombo, il costo
senza mai beneficio di parole
adoperate, amate, vomitate.

*

figli.

t’era figlio Michele, t’era figlia Lucia
ore passate molte a parlare di Cristo
delle nuvole in volo, delle storie sbagliate
tutte – che ne facevi possibili splendori –
tu che piangevi spesso sola segretamente
ma con tutti ridevi di morte e vita insieme.
Oggi se guardo fuori, se vedo il mare pure
tra le colline e i campi – io che non so nuotare,
che temo l’acqua alta, penso a te che dicevi
di volere volare libera come un gabbiano
dietro la scia bianca d’una nave, lontano.

*

i parenti degli altri.

ti risuona una voce nelle orecchie
mi dici che senti qualcuno a notte
un rumore continuo: sarà il mare
dico, il mare, lo vedi? La finestra
del Buccheri La Ferla sempre aperta
dà sul parcheggio vuoto: è ancora presto
lo puoi sentire il mare. Ci saranno
tra poco tante macchine: verranno
a mezzogiorno i parenti degli altri.

Gabriele Galloni – Poesie da "L'estate del mondo"

Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Ha pubblicato quattro libri di poesia e una raccolta di racconti. L’ultima è “L’estate del mondo”, edita da Saya Edizioni nel 2019. Suoi testi sono stati tradotti in vari paesi esteri e apparsi sulle maggiori riviste italiane. E co-direttore di Inverso.

Io non ti domandavo; solamente
ascoltavo in silenzio, interrompendoti
per mostrarti le foto che prudente
ti coglievo di spalle. E riprendendo
perdevi sempre il filo; ti arrabbiavi
ma un attimo, per finta: ché ignorandomi
presto ricominciavi.
Le corse a perdifiato tra i canneti;
l’eco pomeridiana e l’eco a notte.
L’animale brusio e le sue interrotte
chiamate; e certi libri di poeti
scovati in biblioteche sotto il mare.

*

Me ne vado; ma tu sei lontananza
che ritorna. L’eternità felice
del tuo viso indagato controluce –
dalla Magliana vecchia alla mia stanza.

*

Strana la svolta di una sera estiva,
il primo bacio dietro la tua casa

e la Luna che non sorgeva mai.

*

È in questa vita un’altra vita nuova
e in questo corpo un altro corpo ancora.

Mi segui fino al bagnasciuga e indietro; affiora
a pelo d’acqua una bottiglia vuota.
È notte, ma la spiaggia è affollatissima;
così che mi è difficile ascoltarti.

Raggiungiamo le dune. C’è un sentiero
dietro il canneto; porta
alla vecchia fabbrica di sapone.
La luce dei falò qui non arriva –
e nemmeno una voce.

Ho tredici anni. E della voce adesso
saprò tutto quello che c’è da sapere; da fare.

Ché in questa vita è un’altra vita nuova
e in ogni corpo un altro corpo ancora.

*

Rita Bompadre recensisce "Guerra" di Daniele Mattei


L’opera “Guerra” di Daniele Mattei (El Doctor Sax Edizioni) è un efferato conflitto cosciente fra gli opposti desideri di un acceso passato capace di resistere all’inevitabile dissolvenza e l’inarrestabile decadenza della dimenticanza. L’analisi poetica è incessante, sanguigna, viscerale e accompagna le spietate ed irriverenti crudeltà umane nell’intreccio tortuoso e cinico di chi guarda oltre l’incontrollata follia del cuore. L’evocazione di ogni corrispondenza è un seduttivo recupero del tempo autobiografico che si tinge di un colore acceso, frenetico e chimerico in un infinito vagabondaggio emotivo. L’autore compone a motivi d’ispirazione indulgenti speranze ed evanescenti sogni, l’estensione irresistibile di fughe calcolate e di imprevedibili ritorni, l’autenticità di tormentati ed irrequieti indugi sentimentali. Il respiro di ogni verso è una malinconia senza repliche in ogni inclinare spazio – temporale, nella suggestione dei ricordi e nella percezione dell’attimo che li distrugge. Il poeta conosce la caducità che divora gli individui nella consapevolezza intransigente della propria limitatezza e con potente e accanita determinazione crea uno stile inflessibile ed incessante, alieno da ogni forma di perbenismo e immerso in un vortice disarmante e disingannante in ogni capacità espressiva. L’autore possiede l’arte dell’osservazione di una visione del mondo, giudicato senza riscatto se non con la difesa della nostalgia e saccheggia con l’arma della poesia l’inconsistenza intellettuale ed esistenziale. Una furiosa e lacerante attesa di un altrove, una corsa cieca in un cammino di sfuggente purezza alimentano la scrittura martellante. Ogni composizione poetica e narrativa è imbevuta nel grottesco anacronismo in cui vivono e si ammalano i personaggi descritti e vissuti. Nella lotta durissima per la sopravvivenza Daniele Mattei si guarda sempre indietro e un denso, doloroso trasferimento emotivo incombe nella desolazione abitata dalle sue sensazioni e persegue un sentire che vive sempre di un estremo tentativo di assecondare il tempo degli affetti. Daniele Mattei accoglie  il caos e ne fa modo espressivo, inabissa  l’alleanza tra vita e morte, ogni vibrazione di malattia dell’anima, combatte contro le metafore inestinguibili della commedia umana. A tutti, prima o dopo, fa tradimento la vita e le assenze che non trovano chiarimento lasciano nel mestiere di scrivere l’innocenza di ogni mancanza.

Rita Bompadre

Sei la mia voce
la grazia
la brama
sei ciò che non esiste
la fede spezzata
sei di una madonna
la ferita che riluce
il senso del sangue

la mia croce.

Emanuele martinuzzi – Poesie inedite

Emanuele Martinuzzi, classe 1981, Pratese. Si laurea a Firenze in Filosofia. Precedenti pubblicazioni poetiche: “L’oltre quotidiano – liriche d’amore” (Carmignani editrice, 2015) “Di grazia cronica – elegie sul tempo (Carmignani editrice, 2016) “Spiragli” (Ensemble, 2018) “Storie incompiute” (Porto Seguro editore). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Ha partecipato al progetto “Parole di pietra” che vede scolpita su pietra serena una sua poesia e affissa in mostra permanente nel territorio della Sambuca Pistoiese assieme a quelle di numerosi artisti.

Perla

Se non fosse per l’architettura assente
di queste stelle, giunte al buio come questue
di nubi, non ci saremmo eclissati, nuda
preghiera che brucia, l’uno nell’altro.

Se non fosse per i nomi di queste pietre,
martiri che brancolano nei nostri sguardi
come aridi gorghi, non saremmo
letto di fiume, l’uno per l’altro.

Radici di vuote mani il tetto che ci custodisce,
polvere il simulacro del nostro viaggiare,
calice rotto il ventre, l’ebbrezza del nostro riposo
insonne e morente.

Quello che cerchiamo è il calore di perdersi,
una parola in rovina che annaspi nel sentimento,
ira e fuga, mosaico di labbra, aurora
dipinta con ciò che scolora.

*

Un giorno in affresco

Un giorno in affresco
di afflizione capii
che solo per sottrazione
s’incendiano i tramonti:
tolto l’abito di tenebra
agli orizzonti germogliano
invernali emorragie.

*

In ostaggio

In ostaggio alla malinconia,
nulla emarginato nei territori
assetati del ricordo, mi lascio
sommergere dal fiume orale
che divarica le sue sponde
di detriti inconsolabili
fino a farmi riemergere
asciutto vocabolo di una crisi.

*

Destato

Destato al frammento della fede
volli cadere a piacere
verso le falde dove scorre
sotterranea la morte,
perché tutto è una questione
di tacere o ferire,
perché niente è poesia.

*

Ascoltarsi

Ascoltarsi
è la scomunica del mare
quando t’infrange
alla quiete.

Matteo Marangoni – Poesie Inedite

Matteo Marangoni è nato a Macerata, il 5 Luglio 1974.
Operatore culturale e scrittore;
da alcuni anni si è distinto come scrittore – autore di poesie – racconti, anche in collaborazione con le realtà culturali di cui sopra, partecipando a concorsi di poesia – racconti nazionali, pubblicando testi, partecipando a letture di poesie – racconti ecc. (si vedano il testo pubblicato Testi ed immagini, i testi editati con Aletti Editore, Giulio Perrone Editore, le Edizioni Progetto Cultura e altri siti on line ecc, la partecipazione con successo al Premio di Poesia Lorenzo Montano, al Premio Letterario Internazionale Città di Sassari, ai Concorsi “Spazi Transitori” e Resilienza di Circuiti Dinamici, all’edizione 2018 del Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio di Mantova e del Premio Domenico Ciampoli di Atessa – sezione twitter – dove si è poi classificato al terzo posto – all’edizione 2019 del Concorso Letterario “Amilcare Solferini” di Rodallo – dove si è poi classificato al primo posto – e ai Festivals Umbria Art di Terni e La Rocca dei Poeti di Tuscania ecc.).
Nel 2017 ha conseguito infine una Certificazione di specializzazione IFTS in “Tecniche per la promozione di prodotti e servizi turistici con attenzione alle risorse, opportunità ed eventi del territorio. Accoglienza sostenibile anche per i disabili, con riferimento anche ad itinerari culturali, naturalisti ecc.”.


Trasfusione verbale
Il tempo comune
confida
nella presenza
rapisce il profilo
dell’invisibile sguardo e
riconosce i gesti
riflettendoli.
Immagina testi e
va a cercare
per esaudire ogni desiderio
prima che venga espresso.

Testo scritto insieme alla poetessa Rita Bompadre

*

All’infinito
Silenzio
come confine
infinito azzurro
non visibile
odore
di mare,
quando
tutto tace
il movimento
si disegna.

Testo scritto per la celebrazione del bicentenario dalla stesura dell’Infinito di Giacomo Leopardi

Eleuterio Tosco – Poesie Inedite

I

Vegliardo, cosa cerchi? Vedo solo
un’adolescenza sconsacrata e fiori
divelti dalla luce che avviluppi
al pube, mentre soffoco ingerendo
polvere di anemia esistenziale:
le vene che serpeggiano su queste
braccia ora t’appartengono. Vegliardo
mi duole l’utero a sentirti dentro
queste ossa querule, dentro quest’arte
spezzata come il sospiro che covo
e poi divulgo al mondo quando erompo
in clangore. Vegliardo, cosa cerchi
in questo tempio flesso?
Me stesso. E tu? L’abbraccio
sempre temuto: tomba.

*

II

È sempre tardi per fingermi forte
quando la notte brandisce menzogne:
tu non hai cinquant’anni
io non sono
clangore di latrato che prorompe
quando le cosce diventano bisce
e mi spalanchi — in nenie e litanie —
per poi berciare empie preci: se posso
fare qualcosa, dimmelo. Strozzarti
e non parlare più.

*

III

E non parlasti più per davvero: l’eco
delle spinte empie di vita seduce
i silenzi riflessi negli specchi
sfregiati in cui mi svuoto la mattina
e in cui si annida il tempio del dolore:
quell’ossario di pianti non è mio.