Post in evidenza

Erica Donzella – Quando cadranno i rumori

Erica Donzella, nata a Scicli, lavora nel mondo dell’editoria come editor freelance ed è docente di Storia dell’editoria italiana presso l’Accademia delle Editorie (Catania). Studiosa di critica letteraria, ha esperienze editoriali nella pubblicazione di racconti, saggi e romanzi: Io sono Altrove. Cercando Alda Merini (2016) e Buon compleanno Barbie (2019), entrambi per Villaggio Maori Edizioni. Ha pubblicato poesia: Pyro e Lucky Strike (Prova d’Autore 2012, 2015), Quando cadranno i rumori (Scatole parlanti, 2019). Scrive per la rubrica “Cuttigghio” su SiciliaNetwork e si occupa di formazione per l’editoria e la scrittura.

Io mi ricordo
di quando facevamo l’amore
con tutte le ossa del mondo
contro le anime di tutte le cose
insieme a tutte le voci
che venivano su dalle strade.
Nell’altitudine verticale dei sospiri
dettavi la tua legge.
Spero che l’amore
non abbia ucciso anche te.


Tu vieni alla finestra
e io ho paura che si spacchi questo tetto
che si aprano le crepe dei muri e
si fermino gli orologi di tutto il mondo.
Come sei esatta nei tuoi occhi.
Tu vieni in me in un tempo non tuo.
Maledizione di un ricordo che lascia il cielo
e mi chiude gli occhi.


Mi arriva voce
da declinazioni lontane
che non si possano più scrivere
verbi nel vento.
Solo strade in linea retta
e memorie che volano
insieme a sigarette e foglie.
Abbiamo dimenticato
di firmare le nuvole
col nostro nome.


Che tu sia dritta
perpendicolare a questo frastuono.
Che la tua mano sia lieve
e i tuoi occhi cadano dove nessuno ha più
osato vedere.
Che si senta la potenza di questo salto
il tuo piombare d’ossa sul mondo.
Siamo stupore e dubbio
lo spazio bianco tra due parole.


Resisti mio cuore
(mia piccola parentesi contratta)
mio eterno soldato di solitudine.


Post in evidenza

Giovanni Perri – Cifrario dell'invisibile

Anteprima editoriale


Nota Biografica

Giovanni Perri nasce a Napoli nel 1972. Consegue la laurea in lettere moderne con una tesi in storia dell’arte medievale. Fa parte della redazione di “Bibbia d’Asfalto- Poesia urbana e autostradale” e di “Inverso –Giornale di poesia”, collabora a “Menabò quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria”. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo. Ottiene numerosi riconoscimenti ed è presente in molte riviste e antologie. Pubblica e mi domando la specie dei sogni (Terra d’ulivi, 2017). Cifrario dell’invisibile, sempre per Terra d’Ulivi edizioni, è in imminente uscita.


Nel mezzo


Natale già si muove negli scatoli lo sento
questo ronzio di lampadine al led sfregarsi
nell’umido delle cantine;
nelle menti afflitte
si intercettano le prime fiamme. La gente si divide.
Non sto con gli uni né con gli altri:
mi faccio una mia piccola pena
a pensare il vario spettacolo umano
mentre decido sui pastori da aggiungere
le sedie da nascondere:
se sia più giusto tacere o gioire
nel gioco dei pieni e dei vuoti
oppure assecondarmi
nel mezzo.


Quasi preghiera

Noi siamo gli accampati
sulle teorie dei mondi:
ostaggi del bene sogniamo il taglio verticale
il pianto che ci salvi dal coro delle polveri:
e ti parlo del bene come viene
dai cuori delle vergini albere
spaventate ad ogni scoppio di luna; ti parlo
della zingara nuda
crocefissa al sole.
Scoliamo bottiglie d’aria
per finire ubriachi in vergogna
di non avere amato abbastanza.


Post in evidenza

Simone De Donno – Inediti

Simone De Donno nasce a Maglie (Lecce) nel 1986. Si laurea in Lingue e Letterature Straniere ma da sempre è figlio del tubo catodico e presto approda al mondo della Televisione.
Non ha mai pubblicato alcuna raccolta, se non qualche sporadica poesia.
La poesia lo salva sempre. E gli viene incontro quando qualche parola gli nasce dentro e vuole farsi radice.

Non più sarò imbuto capovolto
cono di carne in cui gettare il cuore
strazio di luce dolore che scuce
acqua di foce che cura che dice
io sono di te le stesse radici
la stessa terra bagnata di croci.


Da quando non ci sei
s’è fatta notte sul mio cuore
e il balcone ghiaccia i suoi gerani
li mangia nella nebbia
divora i suoi colori.
Da quando non ci sei
mi manco poco a poco
mi mangio nella nebbia
i nuovi miei amori.


Ci faremo freddo.
Saremo impasto
nel vuoto
dell’altro.
Saremo
tovaglia, poi pane.
Briciola, poi.
Saremo fame.


Sei nell’azzurro verticale
nell’impronta di terra che ti affonda
forse è tutto qui il senso
e non serve camminare:
è solo un lento lasciarsi levigare.


Post in evidenza

Antonio Ferrara – Inediti

Antonio Ferrara (1957) è nato a Portici, in provincia di Napoli, dove ha vissuto fino all’età di vent’anni. Da allora vive a Novara, dove ha lavorato come educatore in una comunità alloggio. È scrittore e illustratore per ragazzi. Come autore per ragazzi ha pubblicato diversi libri e ricevuto diversi premi, tra i quali nel 2012 il Premio Andersen come autore e nel 2015 come illustratore. Sue poesie sono state pubblicate sulla rivista Atelier. “Fratture a legno verde” è la sua opera prima di poesia.

Io faccio versi
come un animale
sono di pelo piume squame,
dell’albero antico
sono il ramo più storto,
ho in tasca
vento
calzini
bicchieri
e un crepitio di baci
e un dolore bianco
come di farina
e una mano all’orecchio
ora
come una conchiglia
senza mare.


Non farti colpa
per la cicala muta,
il fiume secco,
per il risentimento
dell’erba calpestata,
per la dolcezza dura,
rudimentale,
delle assi inchiodate,
per le merende
di frugale opulenza.
Non aspettare,
fai con le mani,
nascondi in tasca
un pugno di sementi,
cresci la gioia
come una pila di mattoni.
Proteggi la fiamma
raduna i piccoli
prepara il pane.


Ammucchiando speranza
tenere
il fuori e il dentro,
l’opaco sul vetro
e la luce,
tenere chiuse
le parole a maturare,
le mani giunte
per il tuffo
o la preghiera.


Lorenzo Fava – Lei siete Voi

Lorenzo Fava, nato ad Ancona il 12 giugno 1994, vive a Macerata dove studia lettere e collabora con Il resto del Carlino. Sue poesie sono apparse su Inverso, Yawp, Poetarum Silva, Carteggi letterari, Poesia del nostro tempo, Critica impura e Poesia ultracontemporanea. Il suo libro è Lei siete voi (LietoColle, 2019).

Dimentica la domanda, fai del tuo presente
la sola partenza, non sia solo apparenza
lo stato d’equilibrio che s’apre sulle cose.
Non retrocedere, non piegarti. Non hai
né vanto né colpa. Hai solo la premura
di fare bene. L’espressione che si è persa
devi ritrovare, quella perduta sulla sfera
nel cerchio di tempo fuori da ogni possibile
orizzonte contiguo; fai che possano
riconoscere qualcosa d’altro nel tuo canto,
che non abbia a che fare con testo o voce,
come se non facessi altra cosa che dire.


Oggi so che mi appartieni come la voce
perché mia la parola mia la bocca


oggi che l’aria cuce il tuo profumo al vento
che conta come per chi non può vedere il sole


l’ iride gonfia trema solamente
sarà come svenire sarà come cadere


sarà come un verbo senza paradigma
come un nome in ogni caso


in ogni caso
sarà come.


Quando smetterà di piovere sarà già buio.
Io prego di tacerti nei miei modi
nella tua metà di spazio segnata da uno specchio
col sorriso di chi ha vinto ma è morto dentro.


Hai urlato l’altezza esatta dalla quale salendo
la vertigine è pronta ad ingoiarmi

la foga della morte nel prenderti
in apnea schianta ogni regola,
vedo ogni punta di coltello aprirsi a fiore,
dissolversi in un volo di farfalle,
piove spesso il cielo addosso,
adesso che sei ferma dove io non ti posso vedere.


Hai scelto il precipizio
e ora il tuo silenzio
senza fiato balla
un lento col dio degli usurai.


Tu non sai nei cimiteri quanti passati
sorridono, esultano forse più morti che vivi.
O almeno nell’idea che la vita sia per le strade,
negli uffici, sui balconi. Tu non sai.
non ti è dato saperlo forse, tra i rovi
delle discussioni, nei vortici delle apparenze,
nelle cabine telefoniche agli incroci.
Ma ciò non toglie a quelle bare così tristi
di rovesciare le sorti della terra
tanto scure da lasciarci
spesso i soli a capo chino in ogni mondo.


Altro non faccio che dipingere quel muso schizofrenico
mentre perde sangue dal naso
come avesse tirato l’orizzonte intero.


Mattia Tarantino – Fiori estinti

Mattia Tarantino è nato a Napoli nel 2001. Co-dirige Inverso – Giornale di poesia; fa parte della redazione di Menabò – Quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria (Terra d’ulivi edizioni) e di Bibbia d’Asfalto – Poesia urbana e autostradale; ha curato la sezione di poesia per Nefele. È presente in diverse riviste e antologie, italiane e internazionali. I suoi versi sono stati tradotti in sei lingue. Ha pubblicato Tra l’angelo e la sillaba (Terra d’ulivi edizioni 2017) e Fiori estinti (Terra d’ulivi edizioni 2019).

Il bambino

Il sangue urta il sangue, e il bambino
è già messaggero da altre
terre, altri verbi: è già nell’angelo.

Ho pronunciato la parola che fonda
i fiori, ho convertito
gli uccelli che annunciano l’inverno:

c’è qualcosa nel mio nome
che lo strazia e maledice.


Fiorire

Dolore di fiorire questo cardo
che collassa nella luce.


Vorrei guardare il cielo


Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
mi aprono il sangue e disturbano
i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa
al pane che si spezza, non consente
né risate né preghiere, capovolge
tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda
quante volte ha indovinato, quante volte
la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l’ago e cucio
i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo
un piccolo coltello e svuoto
le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle
le ho tra i denti e fanno male.


Qualche fiore

L’angelo che emerge dalla crepa
strazia e trama, crocifigge
la luce che tossisce nelle vene.

I bambini sono a offrire ostinatissimi
qualche fiore dal giardino dove il passo
di un Adamo malaticcio ancora vaga:

rose orrende del giardino, mi acclamate
quale voce che vi ordina e vi taglia.


La stanza


Si ammala la parola, le mie
vertebre si curvano in silenzio.
Non piove che acqua sporca,
e questa stanza è troppo bianca:

morirò nel singhiozzo delle allodole.


Ancora mia madre

Più in basso, ancora
più in basso mia madre
assalta la neve, e cantando
setaccia gli inverni.

Venni a Sud da un fango
antichissimo, scoppiai
nel suo nome, e fu notte:

quanto male può fare
una ninna nanna di troppo?


Arzachena Leporatti – Welcome to Paradise

Arzachena Leporatti nasce a Prato nel 1991, intraprende un percorso di studi umanistico e si laurea in Scienze Politiche con curriculum Comunicazione, Media e Giornalismo presso l’Università degli Studi di Firenze e approfondisce le tematiche del Digital Marketing con un master universitario. 
Pubblica racconti di narrativa breve sulle principali riviste indipendenti digitali e cartacee (Lahar, Tuffi, Colla, Cadillac, Inutile, Pastrengo, Carie Letterarie, Donne Difettose). Alcuni suoi racconti appaiono in antologie fra cui “The dark side of the woman” (Ed. il Foglio) in collaborazione con Donne Difettose – 2018 –  “Forme d’autore. Cinque racconti di arte urbana” – L’eco del nulla in collaborazione con il Comune di Calenzano – 2019.
Per urgenza e ricerca integra la narrativa breve con la produzione di poesie e a novembre 2018 pubblica la sua opera prima in versi
“Anatomia di una convivenza” (Interno poesia, 2018).
Sui testi poetici inediti sono apparsi su Poesia del nostro tempo e su Limes Lettere.

INEDITI DA WELCOME TO PARADISE

Welcome to paradise


il benvenuto è un cartellone rovinato ai lati
due modelle americane
nude
quasi
tranne che per il costume rosa
al centro la scritta
WELCOME TO PARADISE
ed è già tanto se respiro


Istruzioni


dormi dieci ore al giorno senza sognare
lisciati i capelli anti stress
mangia la pizza a taglio simmetrico che ti piace
salamino e gorgonzola e coca cola zero
allungati sui marciapiedi della città piccola
mandami segnali wireless di te
di quando stavi meglio
di quando negli occhi avevi solo gli occhi
invece che questo groviglio di fili elettrici


Elenco


allora come state
ho portato una calamita da Marsiglia
e il sapone – mettilo in bagno
le partite in streaming con l’audio in russo
gli spaghetti al dente olio e aglio
due pizze in forno con poco pomodoro
la TV piccola con l’audio silenziato
blob su rai tre
poi Fazio su rai due
lo scaldotto con i punti dell’esselunga
la tuta di pile
i quadri ammassati su una parete
il vino del contadino
le uova pure
l’olio quest’anno meno – ma niente mosca
la cena alle venti e dieci
il gelato alla meringa – lo rifanno – vaschetta XL
la macchina chi la prende – mi serve
quella tua amica come sta
la casa nuova – informazioni
il caffè – chi lo vuole
il cane abbaia – basta
il divano forma una C scomposta
i piedi sul bracciolo – tirali giù
noi andiamo
buonanotte
buonanotte a tutti


la tua faccia è indipendente
dal resto
dal caso
dallo zodiaco avverso
la tua faccia è una mappa di nei e ferite stantie
se fossi un microscopio ti assaporerei dentro
porto occhiali spessi ma non abbastanza
per toccarti nei luoghi che non esistono
dici
che le tue mani dipendono
invece
dalla tua volontà notturna
o mattutina
con i fiati pesanti e la sveglia posposta fino alla nausea
le nausee dici
quand’è che ti vengono
quand’è che si rimane gravidi qui
dove trent’anni sono troppi
e troppo pochi
per rimediare o galleggiare


It’s over

nelle case degli altri nascono nuove famiglie
si guardano film western mangiando spaghetti sconditi
a un volume altissimo che rende insonni
a letto i talloni sconfinano perdendosi nel vuoto
i bambini piangono come una vendetta
le tette creano silenzio per un po’
sono una promessa
come le stelle di Natale superstiti
sui davanzali storti e pericolosi
si sparge nostalgia in un vento caldo
e una ninna nanna elettronica si alza dalle casse di una macchina
It’s over, it’s over again
ma quand’è che finisce veramente?


Oscar prevosti – inediti

Oscar Prevosti nasce e vive nella provincia di Varese. Dopo la maturità scientifica, si laurea in Giurisprudenza e prosegue gli studi con un Dottorato di Ricerca in Diritto e Scienze Umane. Da sempre appassionato di letteratura, arte e musica classica, scrive poesie e racconti fin da bambino e dipinge. Oggi ha trent’anni e svolge la professione di avvocato, occupandosi, tra le altre cose, di diritto dell’arte e dei beni culturali.

BORDELLI

e così
ho finito per trovarti
dentro ai bordelli.

e non so
se nella bugia dei corpi
e dei seni
e dei piedi
e degli orgasmi simulati
io cercavo te
o la mia vendetta.

come se
poi
a penetrare altre storie
e altri pezzi di carne
e altre giovinezze
si potesse
fare pari e patta:
barattare
con denaro contante
l’ignominia
di non essere amati.

somiglia
così tanto al tuo ombelico
questo buco
che mi vedo nel cervello.


IPOCONDRIA

l’ipocondria
mi ha tenuto lontano dalle droghe pesanti.

posso dire
che
la paranoia mi ha salvato la vita
ma in realtà
si è solo curata
di protrarre sé stessa.

forse
se fossi nato negli anni settanta
nel 1998
sarei morto con una siringa di eroina infilata nel braccio.

l’ossessione
della mia vita è sempre stata
la perfezione.

io mi vergogno
di non avere forme angeliche.

mi vergogno
come un pedofilo.

mi vergogno
al punto che quando mi guardo allo specchio
vedo
un lucifero deturpato.

rimpiango
una bellezza tanto aliena
che non sono
più neppure sicuro
di averla mai vista.

del cielo
conservo soltanto
il bando di esilio.


SEI STATO BRAVO

e mi capita
anche
di pensare che in fondo
non mi va male.

e quasi mi paio
bastare
a me stesso:
mi piace
guardare la brace dentro i camini
a me
piace
starmene a casa quando è sabato sera
e ascoltare chopin
sdraiato per terra
mi piace
recitare d’annunzio se sono contento
e
mi
piace
leggere fiabe per il mio cane:
capita
che lui mi capisce.

proust
ha scritto
che il vero viaggio
sta nell’avere altri occhi:
se è così
io ho già visto
da
sopra
il
mio
letto
oltre mezzo universo.

e so

che già domani
poi
non sarò me stesso:
e via
dietro all’ansia che a tutti quanti
ci uccide e lega.

sebbene so
che
triste solo è
assai meglio che tristi insieme
mi accodo
con
il
mio
numerino
a quelli che cercano
in fila ordinata
una vagina
un pesce rosso
o dio.

forse
ciò che noi si cerca
nella vita
è questo:
fare
agitare
scopare
scalciare
strillare
perché qualcuno un giorno ci dica:
bravo.

sei
stato
bravo.


IO, TE E CESARE PAVESE

potrei
applicare a noi
l’intera poesia di Pavese.
ma tu
non capiresti.
qui
esattamente sta
la mia prigione:
nell’incomunicabilità.
schiantato
dai tuoi istanti più belli,
ti ho sempre e soltanto veduta.
per tutti
la morte ha uno sguardo:
verrà la mia
e ha già i tuoi occhi.


Frankie Fancello – Inediti

Turritano classe 1989, Frankie Fancello è irrimediabilmente: poeta fenolico, performer punk, rumorista sperimentale, autore schizzato, avventore sovversivo, attaccante mancato. Appare a se stesso. Milita in molte cose.
Ha pubblicato nel 2018 “Bellezza Domestica” per Ensemble Edizioni.

È di cenere questo infausto avvolgersi.
Capita. È la natura delle cose.
Queste si dissolvono e riappaiono continuamente
in modi a noi sconosciuti. Parlano per figure
arcaiche, spirituali. Lasciano lividi,
compongono case in terreni non edificabili.
Diventano umane.
È di cenere questo nostro lavorare, imprecare,
incespicare in parole che non sappiamo pronunciare.
Ci trattiene dal dichiararci impavidi, sani, agili
come il passo feroce dei ghepardi verso la preda.
È di cenere questa scia di paese che s’infuria
e diventa tattile, o quasi. È la fessura delle esitazioni,
la violenza dei paesaggi che non potevo percorrere.
È quel modo ossessivo di ripetersi
nelle guerre, nelle difese, nella resistenza. 


Parliamone, cittadino,
         a ritmi coagulati
di queste risacche di parole tornate
a predire corpi salvati dalla nimesulide
e di quando arrivarono fiumi di benzene
    a chiudere bocche e paesi
che ora sono semplicemente vuoti.
Ogni tanto verrà qualcuno a rassicurarci
ma è necessario non fare alcuna promessa
       anzi meglio non prestare attenzione.
A noi rimane questo piccolo taglio di luce
che ci attraversa la fronte
sognando una lotta da sempre sognata.
Domani vedremo il da farsi.


Noi siamo resistenza.
Abitiamo dentro la lotta
collimando come la notte e il giorno
a seconda degli equinozi
e dei solstizi. Siamo l’energia statica
che si ferma nel pugno,
percorrendo millenni. Una mattanza infinita.
Alcuni momenti ci sfondiamo il cranio
occupando la terra mangiata dagli arbusti
e altri siamo grappolo da sfondamento.
Adesso è un futuro da compiere.


Consumati alla prefazione del giorno
apprendiamo nuove e pericolose scienze.
Alla tv danno notiziari terribili,
barconi affondati
nuove leggi già corrose
vecchie figure che ritornano
dall’inferno. Un pomeriggio di luglio
appoggiato corpo a corpo
con il pensiero della morte. Stavo seduto
al limite del mondo.

Che possa morire sconfitto dalla bellezza.


Lorenzo Mele – Inediti


Lasciami inciampare nel tuo inganno,
quello che mi mostri sognandoti;
voglio credere a qualsiasi cosa tu dici,
seppur mi parli ancora.
La morte ti ha tolto di mezzo,
e ancora quando mi sveglio,
al mattino, il tuo profumo
apre la luce, e la vita si avvicina
e mi abbraccia piangendo.


Questa mattina il sognarti a cuore aperto;
e tu senza voce che mi abbracci e piangi.
È una vita che ti aspetto, anche se ti sono
nato dentro. Aspetto che ti riversi in me
come ho fatto io ancora prima di esserci.

Tieniti pronta per quando ti verrò a cercare,
dovrai raccontarmi chi eravamo, tutto quello
che siamo stati quando non c’eravamo.


Chiamami nella notte quando
sfuggirai al sonno di Orfeo;
ci appenderemo alle stelle
come altalene funambole sui larici,
ci sfregheremo contro il cielo
e faremo scintille. Incontreremo
la fatica dell’averci, ma ci terremo
legati solo per mano.

Anche le lucciole bevono il buio
prima di dar principio alla luce;
così i miei occhi nei tuoi – a divorarsi
nel letto – proprio un attimo prima
di guardarsi dentro per poi precipitare.