Il Visionario intervista Gabriele Galloni


Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Ha pubblicato quattro libri di poesia e una raccolta di racconti. L’ultima è “L’estate del mondo”, edita da Saya Edizioni nel 2019. Suoi testi sono stati tradotti in vari paesi esteri e apparsi sulle maggiori riviste italiane.


Domande su “L’estate del mondo”

(Marco Saya Editore, 2019, Collana Sottotraccia).


Gabriele, nella tua ultima raccolta “L’estate del mondo” esordisci con un’ immaginario reale ma così alterato che sembra onirico, come in “Le corse a perdifiato tra i canneti; l’eco pomeridiana e l’eco a notte. / L’animale brusio e le sue interrotte / chiamate; e certi libri di poeti / scovati in biblioteche sotto il mare.” Pensi che la poesia debba raccontare l’assoluta verità?

La poesia può raccontare qualsiasi cosa; la verità è irrilevante. Non può esistere, in letteratura, il concetto di realtà – o di verità.


Nella prima parte della raccolta, C’è la Luna, paradossale come elemento, se pensiamo all’estate; e tu ne parli così:
” la Luna è questa duna senza attesa /di mare; “ oppure
” La descrivesti nuda, la tua Luna; / la descrivesti coperta di cenere / dal capo ai piedi; “. Perché hai scelto la Luna come uno dei tanti elementi chiave della raccolta?

Credo che la Luna sia la stessa di Laforgue, di Giraud, di Toulet. Potrei parlarne per ore; la Luna come archetipo, come decorazione, come elemento lirico o interferenza. Non mi piace pormi troppe domande a riguardo. La Luna è la Luna. C’è – è lì. Questo mi basta. Se in una poesia compare la Luna, beh, stai pur certo che nella mia scala di gradimento è un punto in più. Sono un sentimentale.


Sei uno dei poeti più giovani e promettenti nello scenario letterario italiano; Il consenso del pubblico sul tuo “In che luce cadranno” ha permesso di puntare l’interesse della critica su di te. Pensi che “L’estate del mondo” possa avere la stessa sorte?

Tra i più giovani non saprei; ho ventiquattro anni e comincio a sentirli. Anche Gozzano, del resto, deprecava in un componimento l’arrivo temibile dei venticinque anni. Tra i più promettenti, dici? Non so nemmeno questo; sicuro la mia è una poesia libera da vincoli, che fin da subito ha creato una sua indipendenza e originalità. “In che luce cadranno” ha avuto molto successo, ma al tempo stesso è stato anche una condanna. Non c’è intervista in cui non mi si chieda di quel libro – mi fa piacere che diversi critici autorevoli lo considerino un testo importante e, nel suo piccolo, influente; in molti mi scrivono citando quell’opera come uno dei loro punti di riferimento. Ma sono andato oltre, non mi interessa più parlarne.
Per quanto riguarda “L’estate del mondo”, invece, non mi sbilancio. Sarà quel che sarà.


Nell’ultima parte della raccolta dici:
“Noi dormiamo raccolti nell’ estate.”
“Il nostro sonno è come una corrente / di risacca;”
Che cosa rappresenta il sonno per te?

Ah, non lo so più. Ultimamente dormo pochissimo.


Fammi il nome di un autore giovane che dovremmo conoscere.

Credo senza dubbio Julia Gianferri, è un’autrice ancora inedita; nel senso che non ha per ora pubblicato alcun libro. Ma diversi suoi componimenti sono apparsi su riviste e facilmente reperibili. Lei è una delle nuove voci più promettenti in assoluto.


Tu e Mattia Tarantino, anche lui poeta, avete da poco festeggiato l’anniversario di Inverso – giornale di poesia. Come nasce l’idea di questa rivista? che cosa vi aspettate da lei nel tempo?

Come rivista siamo cresciuti tanto e in breve tempo. E’ bello sapere di essere seguiti e considerati una realtà importante. Dateci qualche anno e sarà una delle riviste più importanti d’Europa.

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