Federico Preziosi, Variazione Madre


Impicco i piedi alla ringhiera
quando ho fame.
Serva padrona Mantide
le tinte rosate. Nelle notti
su una scogliera di carne
e la testa. Se la porta via il mare
nessun orizzonte
sulle spire ambrate. Ho
un esofago di spine
che sedotte inchiodano
alla cenere i respiri


C’è ancora spazio a dipanare il commiato dai denti
le lugubri attese di carta carbone. Qualora calchi
con penne d’avorio il livore stipato
me ne starò contratta ad ogni espressione facciale.
Ho tra le mani i tuoi segmenti come pezzi minuti
che spargerei al vento. T’ho ritrovato torvo,
hai avuto una vita e non ti fa bene
cambiare stagione. La mia l’ho riposta lì in alto
dove a prenderla si fa più fatica. Quale
malsana routine sta per davvero nel mondo imperante?
Come lampada fioca ad olio ancora risplendi
che se cadi a terra mi si frammenta la carne
come a una strega mi incendi. Se cadi.


Mi attendo nell’attesa.
Sulle ciglia di mascara
ci si fa del male nella pratica,
nel dover migliorare.
Chiudo gli occhi
il mistero cade
sopra i battiti la saliva
lega strette ai polsi deboli.
Nel coacervo dei sinonimi
resto anonima, ma per te
il mio nome è uno.


Sono nata dall’incesto di una Madre
da un sangue rappreso in due palmi di mani
cosparso sul ventre in un mattino
in novembre, sul tramonto dell’autunno.
Raggelato sotto ai tocchi, gli irti rami,
penetrava lei in miti sciami, ed io
non sapevo nulla di un suono, di un mantice trachea:
godevo di un vagito doloroso quando
mi piantò le sue radici in corpo.
Divenni Figlio, Amore e infine Donna
la sua cute prominente, un odoroso incenso,
il giorno in cui recise labbra nell’iniziazione
mi ha rubato il bacio con occhi in lacrime.
Sul sesso piovve del mascara, un inchiostro
di lettere e diari, come se l’autunno
fosse primavera senza polline, mentre io
del miele mi cosparsi il volto.
La notte pregavo le falene di mangiarmi
portandomi da Dio senza condanna.
Dinanzi a lui, non volevo fossi io.


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