Frankie Fancello, Inediti


È di cenere questo infausto avvolgersi.
Capita. È la natura delle cose.
Queste si dissolvono e riappaiono continuamente
in modi a noi sconosciuti. Parlano per figure
arcaiche, spirituali. Lasciano lividi,
compongono case in terreni non edificabili.
Diventano umane.
È di cenere questo nostro lavorare, imprecare,
incespicare in parole che non sappiamo pronunciare.
Ci trattiene dal dichiararci impavidi, sani, agili
come il passo feroce dei ghepardi verso la preda.
È di cenere questa scia di paese che s’infuria
e diventa tattile, o quasi. È la fessura delle esitazioni,
la violenza dei paesaggi che non potevo percorrere.
È quel modo ossessivo di ripetersi
nelle guerre, nelle difese, nella resistenza. 


Parliamone, cittadino,
         a ritmi coagulati
di queste risacche di parole tornate
a predire corpi salvati dalla nimesulide
e di quando arrivarono fiumi di benzene
    a chiudere bocche e paesi
che ora sono semplicemente vuoti.
Ogni tanto verrà qualcuno a rassicurarci
ma è necessario non fare alcuna promessa
       anzi meglio non prestare attenzione.
A noi rimane questo piccolo taglio di luce
che ci attraversa la fronte
sognando una lotta da sempre sognata.
Domani vedremo il da farsi.


Noi siamo resistenza.
Abitiamo dentro la lotta
collimando come la notte e il giorno
a seconda degli equinozi
e dei solstizi. Siamo l’energia statica
che si ferma nel pugno,
percorrendo millenni. Una mattanza infinita.
Alcuni momenti ci sfondiamo il cranio
occupando la terra mangiata dagli arbusti
e altri siamo grappolo da sfondamento.
Adesso è un futuro da compiere.


Consumati alla prefazione del giorno
apprendiamo nuove e pericolose scienze.
Alla tv danno notiziari terribili,
barconi affondati
nuove leggi già corrose
vecchie figure che ritornano
dall’inferno. Un pomeriggio di luglio
appoggiato corpo a corpo
con il pensiero della morte. Stavo seduto
al limite del mondo.

Che possa morire sconfitto dalla bellezza.


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