Mario Famularo, Favete Linguis


osare la parola
inciderla finché non
rappresenta


lo spazio intorno è bianco
seguirlo con lo sguardo
collega il tentativo


svagata l’attenzione
si radica, avviluppa
sfoltisce nei minuti


invoca il tuo contatto
la punta delle
dita


magari una sbeccata
tensione di
matita


accoglila se vuoi
intanto in ogni caso
può germinare
fragile


tra le screziate
vene che sussultano
l’oblio

*

un tempo era l’infanzia
profumi senza nome
confusa intonazione
di un addio


quell’espressione tenera
dal volto di bambina
la mente che ripara in una
sciocca fantasia


ma l’isola era verde
la brezza al tempo
amabile


perviene nel presente
col sapore di
tossine


fragore penetrante
che in un primo istante
soffoca


il dono del silenzio
chiamerai
dimenticanza

*

incidere sul tronco
identiche
due lettere


chissà se la corteccia
scheggiata del ricordo
o forse quel paziente
testimone


dei due chissà
per primo chi
si scioglierà nel
vuoto