Felicia Buonomo, Poesie Inedite


«Aspetto papà», ha detto. Aveva quattro anni di età
e due di chemioterapia. Papà, due
di immotivati sensi di colpa.
Era mia sorella. Se n’è andata
tra le lenzuola con il merletto in pizzo
di mamma, che ha scelto la morte
per aprire il corredo avuto in dote.

«Non è stata la malattia a portarsela via»,
dice papà. «Non ho saputo proteggerla».
Papà si crede Dio,
che di vita e morte decide.

*

Riceve in dono un occhio nero
e altri segni viola sul corpo.
È Natale. Giura su Dio che Babbo Natale
si chiami Andrea. E che non lo dirà a nessuno.

Quando rompe il giuramento
avevo quindici anni e Andrea
era ancora mio fratello.
«Noi non crediamo a Babbo Natale»,
dicono mamma e papà.

*

Ridevamo per nasconderci.
Per non farci trovare dal dolore.
Un giorno è diventata donna e madre,
e ha sentito urlare: tana!
Da allora non può più nascondersi.

Era la mia migliore amica.
Non la vedo da quando Andrea
mi ha rubato l’adolescenza.
Una volta all’anno piango per lei,
ricordando la mia ultima vita felice.

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