Luigi Palazzo | Non raccontarmi il cielo | note di Felicia Buonomo

Qual è il compito del poeta? C’è una certa sovrabbondanza di risposte, rispetto a una domanda spesso taciuta. Una contraddizione in termini, che tuttavia nel suo testo, “Non raccontarmi il cielo” (Manni Editori), Luigi Palazzo sembra conciliare, in un canto che ci spingiamo a definire civile. Il poeta narra il suo presente, la contemporaneità e lo fa con stile, a tratti malinconico, traendo dal marcescente un piccolo gesto di salvezza e purificazione, quello dell’amore, nella sua accezione più ampia, quello che ingloba, mai marginalizza, sempre tenta di includere. E non conta solo il come lo fa, conta che.

Colpisce nel discorrere dei versi, un certo proteso uso del vocabolario, Palazzo vuole dire e vuole farlo bene, meglio e in modo sempre diverso. E allora noi ci facciamo accompagnare nell’osservazione tracciata dall’autore nel suo percorso in versi. Esploriamo i volti del Novecento, accarezziamo la dignità di una nonna, sorseggiamo caffè, ci interroghiamo su «protesta e anamnesi», «maschere / della stessa sostanza / dei soldi». Ci immaginiamo la vita rugosa dei cinquant’anni di Linda «vedova da sempre / orfana da sé», rappresentazione dell’indifferenza umana rispetto a uguale “materia” umana. Perché reietto, da sempre – ma non per questo giustamente – è sinonimo di non cura, «Quando morirà, / al suo funerale, / probabilmente, / non suonerà / Elton John».

L’autore sembra voglia inglobare – e di questo gliene siamo riconoscenti – il lettore in uno sguardo collettivo, spesso ignorato

«mettere in preventivo tutto
prendere in considerazione
di non considerare di mettere in preventivo qualcosa
appuntarsi leggerezza su dita in cerca di
»

Interessante il lavoro che fa con il ritmo, ponendo l’accento sui concetti del dire, isolando il significato delle parole e racchiudendo l’ossimoro, ad esempio tra melodia e silenzio:

«Sognai una melodia
che non ricordo,
ma spensi il lume
accanto
al tuo vagare,
cercando
mete
sulla cresta
del suono
che mi hai lasciato
tacendo».

O procedendo per contrapposizione al comune dire, «la speranza / è la prima / a morire».

Spazi

L’inquietudine sottile
del mattino,
l’universo
in un imbuto,
la noia
rassicurante
della sera,

i versi
del pomeriggio
di domenica,
le scarpe della partita
da giocare,
le occhiaie
dell’inizio.

Da “Non raccontarmi il cielo” – Manni Editori