Diego Cocco – Poesie Inedite

Ferri untuosi

Traccia la parola danzando,
lo fa mentre una donna diventa
uomo starnutendo,
traccia la linea della parola
mentre i suoi amici se ne vanno
a Londra a cercare tabelloni
luminosi e compagne di vita meno grasse:
lui traccia la parola tremando,
seduto di fronte alla paura rigenerante
riesce nel suicidio e nella resurrezione,
ride e si dispera del fatto che questo
mistero lo avvicini a Dio più di
qualsiasi altro concetto mortale,
ma lo fa con una certa dose di meschinità,
incrociando sacrifici e tempo,
vittorie insignificanti e
conigli della letteratura con la r moscia.
Lui traccia la parola e inganna la morte
e le giornate di luna piena e le notti
di sole, disegna l’ombra sulla riga
passata con la mano impregnata e libera,
perché se la sua non è redenzione
esultino i morti riaffiorando dall’erba
con le loro schiene e la pelle intatta
e affoghino le preghiere nel teatro
dei credenti insieme alle nebulose
convinzioni,
alle visioni di pace e allo stile
squallido e al tempo stesso unico
di questo meraviglioso punto.

*

La melodia del sibilo

Non resta che sedersi e aspettare
che l’agonia si attenui: il letto
asciutto del fiume rivelerà gli scheletri,
i pesci iconizzati, le piante bambine.
Non resta che pregare
un corso differente, partorito
dagli organi sessuali allargati
degli uccelli che si librano
sopra la nebbia, non resta
che il semplice pensiero spirituale
di un corpo divorato nel deserto.
Chiamano bestie i carnefici,
chiamano bestie le vittime,
qualcuno risponde
scambiando nomi ed etichette.
Sogno la negazione del sogno.
Aria.
Lo vedi questo deserto?
La mia carcassa
pulita dal vento e tre scorpioni
intorno
e un serpente a cantare la fine
per merito e ingiustizia.