Gianni Marcantoni | Ammessi al paesaggio | Poesia edita

INTENTO AL RISVEGLIO

Intento al risveglio
vivo accanto alle mie fratture,
e lego – con un sottile cavo tagliente
alle mani – l’impressione di discostarmi
da un aspetto ondulato nel vetro.
Basta un silenzio a risvegliare
queste effimere danze,
basta questo passo per dimenticare
da quale direzione io sia arrivato,
e per conto di chi altro me ne andrò.

Non mi interessa sapere
quale sia l’orario di chiusura
delle tue false argomentazioni,
quanti giorni e quanti altri tagli
mi divideranno da te,
ma non mi adagerò ancora sul nulla!
Viaggiare è sufficiente
al mio pensiero di guardare altrove,
e mai cercherò di risvegliare il mio passato,
prosperato su un tenero
sedime odoroso di ghiande.

Sui giardini rinascimentali nascono
nuovi pertugi, più esili di ogni
statica bolla. E fu acqua e tempesta
la mia onda inattesa, antico
kimono notturno indossato
sotto al fuoco disperante del disagio,
sospeso tra i dadi dell’ultimo colpo d’ali.

E rivedo ancora le mie disfatte,
le mie battaglie che non più
mi rispecchiano; in cielo più nemmeno
la notte tramortita mi rispecchia,
ignaro mattino nella certezza
di un timer azionato,
che spegne le aperture di una stagione
in me sparita – e mai più ritrovata.

*

ABITANTI DI UN SOGNO

Sono finito in un regno vuoto,
e tu come avresti potuto impedirmelo?
Il cielo era già colmo da più di dieci giorni
di aromi artificiali,
il cielo – inquieto telone che tutto assolve.

Pioggia attorno ad oggi,
chiara stanchezza di averti ritrovato
immobile – e di averti atteso umanamente.
Oh cuore e vita, posatevi pure
sopra a questo pagliericcio arrangiato!
Così che noi chiuderemo
finalmente l’impresa,
e pulsate infine sopra questa pietra,
sulla quale un succo viene spremuto
senza sosta da mattino a sera!

Abile notte – abile da averne soggezione
i minuscoli cadaveri mattutini sognano
di respirare liberi
fra gli sterminati iceberg e gli orsi bianchi,
vivono insieme a vecchie mummie
e si disperano, imprigionati
sui vaganti alberi sporcati di mitra.

Noi incerti esseri pieni di lacrime,
così grandi che anche i vetri hanno schermito,
il dolore e la sua leva
hanno eseguito un ordine errato
fin dall’inizio, prima di toccarci,
prima che fosse finita l’ultima rima,
e che una piena
– spalancando le sue arcate materiali
non smettesse di devastare lentamente gli argini.
Ma le grandi danze furono proibite,
le sale furono chiuse al pubblico
con le ultime catene alle cancellate.

*

IL FOLLE

Il folle è dentro la stanza,
il folle si disseta di un’acqua
pasturata di polvere avvelenata.

È il custode della solitudine
dietro alla sbarra, e si inginocchia
al colpo duro della spranga!

Un lenzuolo è il costume
per la sua festa, di quando
arriva all’obitorio e lo accoglie
l’ultimo uomo; anche lui
senza una lacrima, una goccia
che scendendo gli avrebbe
potuto ripulire l’anima.