Andrea Massella | Giovinezza fugace | Poesia inedita

Scirocco


Lei danzava con spensierata leggiadria
sulle sabbiose folate dello Scirocco
con il capo ammantato di silene dioica
e la veste celeste come il cielo del passato.
Sulle note di una silenziosa musica
volteggiava attraverso lo sguardo di Elios,
che in silenzio l’ammirava rapito e ammaliato,
continuando fino alla nascita della bianca Febe
che la illuminava per non donarla al buio.
Formava spirali con il fumo delle nuvole
e mille altre forme che incantarono il mondo
ipnotizzato dalle sue mani fluttuanti
e da ciò che lo Scirocco soleva mostrare di tanto.
Lei danzava, con gli occhi chiusi al resto
come se nulla esistesse se non quella corrente
che la portava lontano dalle candele umane
e da ogni dolore demolitore di mura;
la trascinava gelosa e protettiva come madre
lassù, tra le celesti stanze degli antichi splendori
dove libera dal peso che gli occhi umani imprimono
concedeva la mano alle anime che l’amarono
per danzare dall’appassire della rosa
fino al suo rifiorire.
Ed io restavo a fissare il cielo,
per poterla vedere una volta ancora
con una debole speranza in pieno petto
che si affievoliva lentamente come cera al fuoco
alle fredde lacrime di ogni nuova aurora.
Lei rimase sempre lassù
ed io come Clizia mi sedetti sull’erba
morendo con il capo alto ed il cuore rotto.

*

Giovinezza fugace

Che infamia e che bellezza sei tu Giovinezza stenia
così incantevole, sconsiderata e priva d’ogni dolenza
così sfuggente da non esser mai stata veramente mia
da te sedotto e abbandonato al tempo e alla sua sofferenza

Vieni a bussare la notte alle porte della mia nostalgia
portando con te immagini di quegli anni ormai cresciuti
sarà pure che li abbiamo goduti ma se ne sono volati via
e chissà se veramente basterà la contezza di averli vissuti

Nel passato si guarda al futuro e nel futuro al passato
ho sentito la tua voce squillante perdersi nell’afonia,
ho creduto nella tua immortalità e mi hai ingannato;
credimi, avrei potuto darti la vita mia

Per non farti sfumare nel tempo è amaro il tuo prezzo
potrei immortalarti solo accogliendo la mia negazione
ed io aspetterò che tu verrai a donarmi ogni tuo vezzo
delicata come Selene per l’amore del giovane Endimione

Il ricordo d’un’istantanea sviluppata in una stabile apatia
stanotte ha tramutato la mia nostalgia in una tetra anomalia

*
Ponente

Sospira lo Zefiro occidentale
schizzando la spuma di Anfitrite,
che si perde in mille gocce
tempestate di liquidi diamanti
sulla tua pelle diafana
come la neve dicembrina.
Eolo dall’alto del monte
gioca con i suoi sfuggenti figli
a muovere i tuoi capelli
e a far nascere brividi
che di piacere e di paura son misti.
Poi la notte che arriva
e la luna si veste di bianco
per essere dama,
amata dal cielo
come all’altare una sposa
e sotto la sua iride,
vestita di leggera veste,
mi inviti a ballare con Bacco
attorno al cratere del peccato
mentre satiri mascherati
pizzicano lire cornute.
Viene il giorno
portato dal lungo velo
della giovane Aurora
e tu, volo d’Icaro,
sfiorerai le calde ciglia di Elios
precipitando nel groviglio
dei canti delle Muse
che sussurrano ai poeti
abbandonati dalla ragione.
Fosse il nodo dei nostri fili,
nelle mani delle vecchie Parche,
il mio destino
nulla avrebbe più senso,
né la bellezza d’Afrodite,
né la sapienza di Atena,
né la tenacia di Artemide,
soltanto l’attimo che si perde
nella passione della tua carne