Addentrarsi in un percorso poetico di recente fioritura è sempre un’esperienza fascinosa, di più lo diventa quando protagonista è una poetessa giovanissima che, come tutti i giovani, ha la dote di portarci primavera, energia nelle nostre vite, nonché innovazione. Il suo nome è Letizia Di Cagno e il suo “Urla la fine che pianta germogli”, edito qualche mese fa per Marco Saya Editore, è un’opera che ha nel suo titolo già un valore concettuale e un valore di immagini, accostamenti di opposizioni come la vita e la morte: un tema che le è molto caro. Letizia Di Cagno nasce nel 1998 a Bari. Mi ha stupito la sua giovane età in confronto al suo grande coraggio di innovazione e sperimentalismo. Nel mondo dei poeti contemporanei, liberati dalla catena del metro, si resta divisi in chi predilige il suono, chi predilige l’immagine, chi predilige i concetti, con i dovuti intrecci tra le varie tendenze. Letizia Di Cagno appare prediligere le immagini e ciò si rintraccia a partire dalla dedica che recita questi versi:
“Più di ogni altra cosa sono gli occhi / che feriscono l’immagine.”

È forse rintracciabile qui una chiave di accesso alla lettura: è attraverso le immagini che possiamo capire la sua poetica. Ma subito si apre una nuova finestra semantica: nel ferire l’immagine si esprime l’idea che ogni conoscenza è sempre un atto di ferimento e quindi di alterazione di un equilibrio. Nella sua poetica di immagini, che non abbandona mai i suoni, regna il concetto sotteso, nascosto o celato, ma sempre avente funzione del dare forma. Tra i temi principe c’è il valore della vita come primavera, giovinezza, verginità che in sé, nello scorrere, ha la morte, come al suo inverso. La consapevolezza che in tutto ciò che c’è di presenza e di vita, ci sia anche una presenza di morte, non è il dato esplicito del male perché ad essa si associa la consapevolezza che dentro ogni morte vi siano i germogli della vita. Quando noi ci nutriamo, nel frattempo contemporaneamente, ci consumiamo e del nostro consumarsi si nutre altra vita. Una visione che troppo semplicisticamente può essere ridotta ad un’attualizzazione empedoclea, seppur resta una pista.
Ricorrente è l’accostamento dei paradossi, tra ossimori e sinestesie, un accostamento voluto con l’intento di creare fascino poetico, qualcosa di assolutamente nuovo. L’essere riuscita nel suo intento rende Letizia Di Cagno assolutamente non raffrontabile con nessuna delle scuole poetiche attuali. A tratti vi sono delle immagini che prendono scena nell’onirico, ma anche nell’accostamento tra mondi separati:
“senza mai sfilare i nastri / delle tue corde vocali” da Discorso; “lo spicchio di luna / che ho aperto con l’apriscatole” da Mi basta la tua mano; “la vita si decompone / come la glassa sciolta sulle mie dita” da Dissolvenza; “L’assurdo / dei tronchi è che si stendono interi / nel loro avvenire” da Appunto.
L’altro aspetto da annoverare è contenutistico: nell’introduzione a cura di Antonio Bux si dice che la poetica di Letizia Di Cagno sia d’amore, ma a mio avviso questo non è del tutto esatto. L’amore sicuramente è una presenza, probabilmente anche una presenza rilevante, determinante, ma non è la presenza. L’amore io credo sia un sottofondo, mentre ciò che resta perché fondativo di tutta la silloge poetica è una ricerca di conoscenza, una conoscenza dell’essere nel mondo, di cosa sia l’essere nel mondo e di cosa significhi l’essere nel mondo, ma anche una conoscenza del sé, dell’io e delle varie molteplicità di esso. Tuttavia ci sono delle poesie in cui Letizia Di Cagno, come dice Antonio Bux, si dedica all’amore, sempre in una maniera contenuta, esatta, senza sfociare nella passione pura. Versi in cui si riduce la ricerca di immagini, suoni, concetti ossimorici, come la ricerca del suono, ed emerge il lirismo puro. Sono forse le liriche più belle perché ritraggono un grande cuore poetico.

Potevi sparire. Evitare la perdita
nei campi d’orzo dei miei occhi.
Una notte chiusi a spalancare l’inverno
sul tuo portone – ed era già
il sonno dei giusti. Amore mio,
cammina dentro al sogno.
Almeno qui non ci temiamo.


Letizia Di Cagno è giovane e forse ha in questo la sua più grande forza: il trasparire di tratti in cui permane una certa ingenuità del contenuto e della forma, l’ingenuità del dominare quest’arte che sicuramente le appartiene, tenere in mano questo grandissimo potenziale. E tuttavia è la sua dote migliore perché ci riporta ad un periodo di freschezza e purezza che appartiene ai veri poeti perché i veri poeti sono giovani, sono la giovinezza.

Paola Tricomi