Vengo a contarti i respiri
quando è notte e parlano gli arcani.
Uno, due, dieci passi
dalla tua sagoma che dorme.

Vengo ubriaca e senza vanto
per rubare la gioia che mi porti.
Tre, quattro, dieci mosse
fino al rilievo della gola.

Il buio acceso è testimone
del mio aperto vibrare
ora che il tuo nome
è la mia destinazione.

*

Il cielo è un cencio
le ferule lo pungono dal basso.
Non trovo nessun fiore
sulla pancia della terra,
li ha tutti mia madre nella gola,
ne dona alle raffiche sguaiate
mentre parla ai morti di novembre.

*

Me ne sto qui in ascolto
nell’avvallamento che fa il lume.
Tutte le beatitudini,
in frammenti piccolissimi
indorano la fiamma.
Ho tempo da riservare
al sangue muto del rovo
e agli occhi dei santi
quando cantano amore
e non lo sanno dire.

*

Le braci del ceppo
stanno nella tana del petto.
Respirano il buio di fuori
imbrogliano la voce.
Fiata l’odore dei biscotti
dalle mani di mia figlia
da soli bastano
a fare giorno.