Ilaria Grasso – Epica Quotidiana | Recensione

Il “lavoro” come concetto viscoso e mobile, le risicate possibilità identitarie in una realtà sociale che fronteggia quotidianamente posizioni miopi e dogmatiche, la lotta di classe che è finita e l’hanno vinta i ricchi/padroni/potenti. Queste le istanze che palpitano in ogni verso che compone la raccolta Epica quotidiana di Ilaria Grasso (Macabor, 2020), un testo corposo e denso di vita ed empatia, di dolore e lucidità – quella silenziosa lucidità (mutuando l’espressione da un noto brano dei Queensrÿche) che caratterizza la vita del poeta che in questi componimenti assiste allo sgretolarsi del suo tempo e dei suoi spazi: e prova, con la concretezza più autentica del «fare poesia», a dare un senso, a dare voce, a fare un’urgente, liberatoria, rabbiosa polemica. Perché urgenza, liberazione, rabbia sono elementi cardinali nell’opera in questione: è assecondando la legittimità di questi sentimenti che la poesia di Ilaria Grasso si va a comporre, accorata e semplice, ma netta e feroce, mai rassicurante, sempre nitidamente offesa dalla contingenza della nostra epoca.
Ilaria Grasso porta in questi versi tutta la potenza sincera e nuda della sua esperienza di attivista inesausta, in prima linea per i diritti delle realtà incredibilmente poste ai margini o discriminate dal tessuto sociale contemporaneo. Alla luce di ciò, nel Novecento si sarebbe circoscritto questo lavoro letterario a un cristallino episodio di “poesia civile”, ma nel lavoro di Ilaria Grasso il tentativo di fuoriuscire dal Novecento è esplicito, formulando finanche una serie di omaggi, a mo’ di commiato commosso e grato, alle figure letterarie che hanno determinato l’ossatura teorica che l’ha condotta lungo il percorso dello scrivere poetico in questi nostri anni Venti: da Di Ruscio a Fortini, da Scotellaro a Bianciardi, dall’amato Pagliarani al mai abbastanza compianto Christian Tino. Tutti autori nei quali era tangibile e sofferente l’epica quotidiana del lavoro: quello svuotato da ogni retorica, quello stanco anche delle ideologie marxiste; quel lavorare che stanca in ogni intercapedine del vivere, poiché non conduce a nulla se non a un inconcludente “mettere in tasca qualcosa” – per vivacchiare, ancora un giorno, ancora una volta.
Una poesia insomma che afferisce a temi enormi e pulsanti, che scarnifica il medium poetico da ogni abbellimento calandosi in una mimesi con la durezza aspra del vivere vero: non quel vivere lirico, minimo, emozionale (e a suo modo dunque grottescamente eroico) che la poesia sembra proporre troppo spesso (anche se anche tra i più giovani si fanno largo diversi esempi che provano a ribaltare questa sorta di stantio paradigma, innervando la poesia di questioni sociali: da Antonio Lanza a Marco Villa, da Stefano Modeo a Maria Borio).
Ilaria Grasso canta – con gli occhi lucidi – quello che quasi sempre si ignora, tentando di riabilitare un approccio alla scrittura poetica che si muove in adiacenza al proprio mandato simbolico all’interno della società. E questo avviene – come fa notare Aldo Nove nell’eccellente introduzione al volume – attraverso una cifra stilistica che, a ben vedere, mancava da tempo nel marasma letterario di oggi, dove chiunque ovunque si sbraccia nel tentativo di essere in qualche modo notato (chissà da chi, poi): la compostezza. Un merito non da poco, in grado di connotare un libro che (riprendendo sempre l’ottimo Nove) è una nietzchiana «boccata d’aria buona», un libro che merita di essere letto.

A Christian Tito

Qui a Taranto il rosso dispera.
Ricopre il bucato appena steso e le facciate dei palazzi.
Ottura occhi e narici.

Produciamo la materia del coltello che serve
per tagliare i pomodori per le friselle a cena l’estate.
Ma il coltello non lo abbiamo mai dalla parte del manico
anzi ce lo affilano sulla pelle
e i polmoni sono notti cupe
che non arriveranno mai a vedere
albe chiare e giorni d’estate.

E non esiste candeggina a sbiancare le coscienze
della gente seduta ai tavoli
mentre le luci dell’ILVA in continua produzione
non si spengono mai
anche con gli operai in cassa integrazione
anche quando le madri sono in ospedale
e i figli orfani di padre continuano a lavorare.

E quest’inferno grottesco di fabbrica
tra martiri, santi, puttane e lamiere
tra fumi, esalazioni e casalinghe fiere
continua ad ammazzare
–fuori o dentro non importa–
tutti inghiottiti dalle siviere.

*

La neoproletaria

Erano belle le settimane bianche e a disponibilità della barca
e il tempo libero e l’idromassaggio e la paghetta
se fai la brava
ma i tempi cambiano
e io dopo pagine e cosce aperte
non volevo più soccombere alla legge del padre.

Senza prole sono diventata proletaria
con impiego fisso e mutuo sulle spalle.

La proprietà nuda è una donna che si spoglia
senza guadagno
così gratto il fondo degli interessi passivi
e a luglio mi accreditano qualche soldo in più sullo stipendio.

Cammino in una città dove non sono nata
sotto un sole cocente che scioglie l’asfalto
ma non la vertigine dei pensieri
e non indosso gonne per paura della notte
quando la sera torno sola a casa.

Non so dove arriverò ma intanto mi preoccupo
della coerenza dell’impronta
che imperterrita scava sul selciato.

*

Abbiamo bisogno di persone buone
e pane fresco da mangiare
e di sorrisi allegri e rassicuranti.
Abbiamo bisogno di luce
che mostri vasti orizzonti e di mare.
Abbiamo bisogno di sentieri
e di alberi
e di radici
e di innesti per nuove foglie e nuovi rami.
Abbiamo bisogno di coerenza
e pacche sulla spalla
e di dogmi di bene
per non lasciare spazio a tristi pensieri.
Siamo stanze vuote da coibentare
per proteggerci dal male.

Poesie da “Epica Quotidiana” (Macador) di Ilaria Grasso, Recensione a cura di Andrea Donaera.