Michela Zanarella – La filosofia del sole (nota a cura di G.Tracanna)

Restituire alla vita
lo stesso amore
che ci è stato dato dal cielo
raccoglierlo da terra
come se ci fosse luce
che cresce sotto l’erba.
E se occorre rimediare
farlo tornare questo amore
come un giorno pieno di sole
prima nell’anima e poi nel corpo
perché a volte serve riprendersi il tempo
di una scintilla sulla pelle
l’idea di un bacio che non muore
per scoprirsi prossimi all’infinito.

Nominare tutte le cose
anche le più dolorose
luce
e chiamare nettare la vita
a ogni respiro.
Se fossimo capaci di capire
che il bene non è la parte minima
dell’amore
ma è una forza antica che proviene
dalle arterie del cielo
ci riempiremo gli occhi di sole
come regola di sopravvivenza
e non ci spaventeremo della notte
o della polvere che insegna alla terra
l’estensione delle nuvole.

*

Avevi ragione
si può essere insieme
senza sconsacrare la presenza
facendo ciò che possiamo
amarci nell’intuito delle mani
nel conforto degli occhi
convocando la notte
a darci la luna
per distinguerla dal sole.
Ci riconosceremo alla maniera
delle nuvole
in una frazione di chiarore
che non si stanca mai di nascere.
L’alba per via del cielo
sa che ci aspettiamo nelle cose
che a terra vivono di luce.


Quando un’autrice pluripremiata e tradotta, dall’ormai noto respiro internazionale, come Michela Zanarella mi ha richiesto delle impressioni sulla sua ultima produzione “La Filosofia del sole” (Ensemble edizioni) sono rimasto stupito quanto onorato: recensori della massima fama già si sono spesi per valorizzare la sua poesia!
Inoltre, personalmente, ho sempre affermato la mia natura di “poeta allo stato puro”, poco propenso a disquisire persino delle sue opere, uno di quegli autori che sente d’aver esaurito il suo ruolo con la loro pubblicazione. Tuttavia il mio lungo percorso letterario ha beneficiato d’alcuni “incontri fatali”, persone che stimo per correttezza e capacità letteraria: ciò m’ha convinto ad interpretare versi altrui, provare l’esperienza della prefazione e, ora, a cogliere questa preziosa occasione; ovviamente la critica letteraria rimane sfera di competenza per specifici studiosi, senz’altro legittimati più di me a sviscerare dettagli stilistici e testuali, esprimere giudizi di merito: io mi limiterò, per così dire, a proporvi una comunicazione “da poeta a poeta”, il che può, così impostando la questione, divenire un punto di vista prezioso e ulteriore rispetto alla classica recensione.
Un esempio concreto: “Non dobbiamo difendere la vita dalla morte/ma immaginare che superato il varco…/ci aspetterà una parte del cielo” è una suggestione poetica meravigliosa che io, in uno stile provocatorio, ho reso, a suo tempo in “Retrogames” (Daimon Edizioni), con “Non anelo lunga vita/nè la donna della vita…”: ad entrambi gli spunti letterari, non accostabili per stile, sovraintende però una medesima, profonda visione della vita come in una affinità antitetica, una “convergenza parallela”; ora chi è dentro per passione e talento al “Grand Jeu” della letteratura non credo abbia difficoltà ad emozionarsi per questi accostamenti, per come l’animo umano possa creare immagini poetiche penetranti, concepite da persone diverse che riescono a cogliere sentimenti archetipi, universali.
Il discorso può estendersi ad una seconda, decisiva considerazione: paradossalmente, proprio chi, come colui che scrive, ha speso anni ed energie nel cercare di portare la sperimentazione del linguaggio poetico all’estremo (senza però stravolgerlo negli eccessi di alcune avanguardie), può comprendere e apprezzare il valore di liriche ancorate ad una semplicità linguista, ad una “classicità” che però, allo stesso tempo, sa generare novità e sa risultare non stantia ma vitale, briosa! Michela Zanarella nella “Filosofia del sole” utilizza come tasti d’un antico pianoforte vocaboli “basic” che hanno animato secoli di poesia (luce, sole, luna, anima, corpo, vita, nuvole, cielo, tempo) ma la sinfonia che si ascolta è una musica inedita, con immagini che colgono nel segno: la luce che forse non è “sufficiente vederla con gli occhi” ma “necessario conoscerla con tutto il corpo”; la luna “…che tutto il buio assolve” e che “…abbiamo osservato inutilmente prima di non temere più il buio” stesso; i grappoli dell’uva come ” fossero figli che spingono sul ventre”; la vita non “anonima” perché “porta il nome di uomini e fantasmi e mura” oppure “La tua ombra va ancora scalza…” della quale possiamo indicare solo l’incipit perché deve (!) essere letta integralmente, sino a terminare con “…come se ci fosse luce/ che cresce sotto l’erba” che mi fa pensare alla prospettiva rovesciata del mio tanto amato Florenskij. Questi frammenti credo possano parlare da soli, quel tanto bastevole a farvi accettare, cari lettori, l’invito a leggere con attenzione questa opera matura dell’affermata poetessa: la Zanarella, rinnovandosi, ha per questa volta lasciato un poco al margine temi amorosi per offrirci una meditazione poetica a tutto tondo sul senso della vita, impresa ambiziosa ma riuscita, sfidando magari qualche resistenza culturale, qui smentita, che potrebbe ancora voler relegare o declinare il “filosofare” solamente al maschile…

Guido Tracanna