Camilla Tibaldo – Poesie inedite

Notte

Chiede la forza
di tirarsi indietro
il bambino dagli occhi bucati
davanti all’insistenza
di un dolore che non sa
vedere.
Dice «io, io»
l’ospite giovane del mattino
e il ricordo di sè
gli cade
sotto le palpebre distese
di un mondo
che non gli si
palesa:
io è la prima
tra le cose perdute.

*

La bambina di vetro

Non ha voce
la bambina di vetro
che si raccoglie
nei cocci d’infanzia
dentro lo spazio ossessivo
di un assedio privato.
Ha nudità di scheletro
il diario dei suoi ricordi
la calligrafia che scrive
il passato remoto
del verbo «volersi bene».
Non c’è risveglio, corpo a corpo,
lotta col mondo,
la sua tenerezza si scuce
nell’assolo ultimo
che chiede
la compassione,
una preghiera in sanscrito.

*

Dizionario

Eppure c’era in ognuno di voi
in quel ripetersi contrito del passo
dentro il buio del cortile
l’agguato imprevisto della gioia:
quella grazia sfolgorante
che smeriglia come un vetro
il rigore intatto della
letargia.

Vi ho cercati nel dizionario del silenzio
alla voce «dissidenza»,
vocazione alla dissidenza – diceva –
elencandovi tra gli esempi
nella rincorsa della gioia,
nell’appuntamento primitivo
con la nostalgia.

*

Risveglio

Imparo sotto dettatura
la dialettica sottile delle piante,
la pazienza antica dei semi
che guida il soffio dei filari
nel canto del risveglio
che avvolge la lentezza dell’orto
col velo bianco della
fioritura.
Sono nel solletico
che si fanno le radici
quando bucano la terra
prosciugata dei sogni
spinte da una fame della luce
che cancella
la paura della brina
che sparge il massacro.

*

Infinito presente

Fu quello
respirare
sentire il battito discreto della materia
collassare in un pianto a dirotto
sbriciolarsi
come uno strappo logico
intravisto
dentro il silenzio dell’asfalto, dentro quel
buio padre
coniugato in un immobile
infinito presente.

Abbiamo visto
le regole del visibile
accartocciarsi
dentro le voci assorte della
casa. Fu quello
respirare.

*

Le mani

In principio era il corpo:
le sue tenerezze
scambiate
come parole vestite di carne
e rilucenti
nel buio fitto
dell’abbandono quotidiano
come balbuzie impacciate
che fanno umano
il pensiero.
Nel presente era il buio
e, del corpo, le mani
le mani soltanto
a chiedere: «per favore»