Federico Preziosi – Variazione Madre (nota di G.Procino)

C’è una evidente, felice coerenza nei testi poetici contenuti nella silloge di Federico Preziosi, così palese che anche il lettore disattento o poco incline alla scrittura poetica se ne accorge. La parola di Preziosi ha una precisa, disarmante fisionomia, che si coglie, mano a mano che la lettura richiede impegno e attenzione, e diventa carattere riconoscibile, cifra distintiva. L’intenzione che muove la ricerca racchiusa nella silloge “Variazione Madre” si concretizza in una parola musicale che avvolge, seduce il lettore incantandolo, specie nelle poesie che io ho trovato più felici, come in Atom Heart Mother, Ho del mare da piantarti nella gola.
Il poeta assume fisicità e interiorità della donna, nella sua funzione di partoriente e madre; pertanto, all’interno della silloge si snoda un percorso di richiami culturali di spessore, che insistono nella ricerca mossa in più direzioni e variazioni (come indica il titolo). La grande e quotidiana avventura dell’essere femminile (un mistero che il poeta si ingegna a svelare) si avverte soprattutto nella declinazione della sensualità- nella poesia incipitaria si legge “ sul sesso piovve del mascara”- verso che trovo di una suggestione evocativa potente.
Altra spinta motivazionale nella silloge è il tema del dolore: “perdo lacrime, ma non posso mai tradire il sale” (termine “sale” più volte utilizzato nei testi), che connota ontologicamente la propensione femminile alla percezione profondissima di ciò che è o provoca dolore, disperazione: la nascita è sangue e dolore, il parto comporta fatica e sacrificio. Preziosi si appropria del corpo femminile, non getta semplicemente lo sguardo verso l’universo femminile, è la sua un’impresa ardua, ma originalissima e dagli esiti felici. Affiora da questo libro una donna, non tanto angelicata o salvifica, quanto reale e materica, viscerale, che arriva alla sensibilità del lettore, nelle immagini e nei suoni, nei contorni e nel sangue.

Ho del mare da piantarti nella gola.

Questo mare che mi balla, che mi beve,
che sconquassa. Questo mare che mi esplode
dalle viscere dal ventre. Questo mare
che si stende di bonacce e di tormente,
che dal baratro si allunga sopra il becco di delfini
con le buste della plastica a bandire le rovine.
Questo mare che le trame ci accoltella come lame
conficcando le budella tra quei denti sangue e perla:
entro selachimorphema della perdita gitante
anatemi ho visto nascere e non c’era nessun altro,
alfabeti e religioni divulgati dalle onde
vite al largo pei naufragi e le doglie trapassate.
Quanto sentimento scava la mia furia che ti stringe
a quale cielo declamare la finzione e l’astrazione,
quando vedo apertamente che ho perduto la razione
delle ossa mai piantate e del sangue mai sgorgato,
della pietas per me stessa e il sorriso che mi chiama
che mi abbraccia che mi dice con la sua vocina «mamma!».
Questo mare come lava sarà faro del tramonto.
Sarà freddo con le spoglie perché, fino a quando muove,
questo mare volge il canto a tutti i fiori, a tutti i mali
che ha piantato le radici da nutrire con il sale.

GRAZIA PROCINO