Stefano Bortolussi – Paternalia

Big Fish


Finito il film la sera ci accoglie
dolce di eucalipto ed emissioni di ingorgo
in questa terra lontana da te se non
per una comune voglia di tremori,
aggiustamenti, placche in slittamento,
quando io stesso, in sepolta e inconscia imitazione,
adagio la tempia intristita sulla spalla
di lei che fece in tempo a conoscerti,
vedere e amare ciò che di te conservo e riproduco,
il carsismo che mi forma e mi dissolve
– faccio per dire che Finney davvero ti somiglia
ma mi sgretolo sulla prima parte del bisillabo,
lasciando un “Finn” ignaro senza desinenza
e facendomi scorrere da un fiume salato
e da ctonio che è stato fino ad ora così spillante
che farebbe la gioia di qualunque produttore.

Tu andavi a nero un anno prima:
da allora i miei condotti e le mie grotte
erano stati solo asciutte stalagmiti.

*

Ricetta letale


Nel tuo cangiante mythos di cuoco sopraffino
c’era almeno un episodio noto a tutti
perché a tutti amavi raccontarlo, forse
in esorcismo, forse mosso da shadenfreude
nevrotica e fratta, come a dire:
“Questo è accaduto all’altro me stesso,
il doppio che dà il peggio per lasciarmi il meglio”:
penso al volo impossibile delle quaglie al cioccolato,
frutto deviato di chissà quali letture yucatane,
e ricordo narrazioni cangianti di disfatta sociale,
occhi sgranati sul vuoto del silenzio,
bocche ricolme di carni collose e sapori ingiusti
e propensione collettiva allo sputo compunto,
al rifiuto e al rimpianto di non avere aderito
ad altro invito. Questa volta avevi puntato
troppo in alto, o forse avevi spiccato il volo
controvento – nostra madre, che sapeva,
fissava il suo volatile sul piatto,
coperto a prima vista da melma minacciosa,
e stabiliva che per un tot di giorni e notti
non ti avrebbe rivolto la parola, men che meno il resto.

Ma tu ridevi, forse già gustando il sapore
non tanto delle quaglie assassinate
quanto delle storie che le avrebbero inseguite.