Gabriella Grasso – Quale confine | recensione

Si narra che gli autori siciliani vivano una maledizione: o desiderano andare via dalla Sicilia e non riescono per tutta la vita, sono condannati a rimanere nell’Isola che li isola, oppure sono destinati ad andar via e non poter più ritornare. Come tutte le leggende, anche questa si fa segno di un problema grande e atavico qual è la disparità economico-sociale tra nord e sud d’Italia, ma in sé racconta anche qualcosa di più importante: gli abitanti di una terra così ricca di storia come la Sicilia maturano un legame con il territorio estrinseco e viscerale. Questo preambolo per dire di un libro di poesie che appartiene alla sicilianità e si nutre di questo tema e della sua terra. Quale confine di Gabriella Grasso, edito da Kolibris nel 2019, ha un titolo che contiene tutto in sé, come espone la quarta di copertina. Siamo al cospetto di una domanda retorica: quale confine?! Tuttavia non c’è punto interrogativo. Con il termine “confine”, che rimanda naturalmente all’isola circondata da mare e quindi da confini, in realtà si giunge ad un superamento degli stessi. La poetica di Gabriella Grasso è poetica del superamento dei confini: non solo non esistono più confini nella lirica tra paesaggio interiore e paesaggio esteriore, ma non esistono più confini tra io e tu e noi, tra territorialità ed estraneo, tra straniero e autoctono. Nel centrale tema del superamento dei confini sono intesi, non solo quelli territoriali – Gabriella Grasso si nutre di territorialità, sia del panorama paesaggistico, sia di tradizione letteraria -, ma anche quelli antropologici. Non esistono più confini tra uomo e uomo perché siamo tutti fratelli appartenenti alla stessa sfera dell’umano, una sfera che è anche spirituale. Infatti la poesia di Gabriella Grasso è apparentemente una poetica semplice, lineare, che non si intesse di eccentriche figure retoriche o di giochi di paradossi, ma è una poetica che si pone in relazione col sacro, non solo perché identifica nella poesia qualcosa di miracoloso che ha a che fare con la crescita personale e con la crescita collettiva, ma perché vede la poesia come un’altra forma di preghiera e di consapevolezza di sé. Le tematiche che incentrano la poetica di Gabriella Grasso sono ben chiare e fondamentali, corrispondenti alla coscienza dell’autrice, di una poesia che si fa coscienza soggettiva e collettiva. La più evidente è una coscienza del dolore: “Dopo l’incontro con la morte / è sempreun diverso / tornare alla vita” (da Il mio paesaggio cambia). Ciò implica il fatto che l’esperienza di vita possa diventare esperienza del dolore: “Perché il dolore resiste / e imbarazza /e smarrisce/ e rimane, tra i tanti / relitti di idee / che ci siamo lasciati alle spalle / l’unico vero /sconcertante/ tabù” (da Ultimo tabù). E tuttavia “Si sopravvive a tutto e poi si torna / un giornoa cantare e vivere/ è anche questo” (da Arabesque n.1). Per Gabriella Grasso il dolore rende poesia, verso, quasi a tenere insieme le parti di cui si ha coscienza di definitiva disgiunzione. Accanto a questo c’è un’altra consapevolezza fondamentale, in relazione col dolore, ed è la solitudine dell’individuo, soprattutto dell’individuo contemporaneo. Ci sono almeno due poesie, ma poi tale coscienza si snocciola in diversi modi, che esplicano la solitudine data anche dalla nuova tecnologia all’uomo contemporaneo, a partire da lessici di routine della nostra quotidianità: “Click dopo click/ quasi passi leggeri/ istantanei/ e balena un risucchio/ un coacervo di accenni e richiami / un dedalo di simboli segni” segnali (da Solitudine Social); “Nero su bianco/ su un foglio di fortuna/ o in formato word/ nel ventre di un computer” (da Ah, quelle parole). In relazione a questa solitudine emerge il rapporto snaturato natura uomo. Gabriella Grasso si pone sulla stregua dei poeti dell’ottocento che riflettono sul rapporto uomo-natura e lei sottolinea la consapevolezza che la natura non è altro dall’uomo, ma è l’uomo stesso.

Rosa alta

Mi piaci
natura testarda
che fai della vita
un momento di canto
e fai della morte
un momento di ascolto e confondi
perché muori e rinasci

Non conosci tu il pianto
non ti senti
spigolo solo in conflitto
ma ogni cosa è parte serena
del tuo cerchio
di necessaria armonia

mentre l’uomo
(che pure
è natura)
l’uomo è
rosa alta che ha eretto
una scala di spine
e che soffre
nel suo tentativo
di raggiungere il cielo da sola

In un’altra poesia, Gabriella Grasso denuncia il fatto che: “E poi quel cielo/ che ci muove da dentro / turbini primigeni/ nel contemplarlo/ a ogni ora del giorno/ e della notte/ non ce lo siamo meritato / noi/ quel cielo/ non l’abbiamo compreso / né riconosciuto/ solo sfidato/ in rigurgiti insensati/ di potenza/ che amavamo definire / intelligenza” (da Peccato originale). È un tema molto forte che rimanda naturalmente a istanze ecologiste, ma è anche un pensiero radicato nel tempo e nella sicilianità. Molte delle sue poesie si ispirano ai grandi autori del passato che hanno fatto la storia della letteratura del mondo e che sono nati in Sicilia. Si ispira nei termini, con prestiti lessicali, a Pirandello, ma anche a Verga, nelle coloriture paesaggistiche e nelle sfumature di senso. Indicativa la sua poesia La processione degli uomini in cui Gabriella Grasso descrive una tipica processione liturgica e in essa ritrae ogni personaggio tipico, col riferimento al suo nomignolo siciliano. Echeggia una profonda solitudine nella tacita preghiera di ognuno e il tempo appare fermo, ma vi è una nota innovativa: “Abdu il senegalese/ arrivato in paese col caldo d’agosto / con addosso soltanto il fragore / di vento spietato e di mare mosso”. Si aggiunga un dato centrale: per Gabriella Grasso la natura non è mai qualcosa di estraneo a sé, ma è qualcosa di interiore. A proposito di “Quale confine”, questi o gli altri non sono mai qualcosa di estraneo a sé, ma sono frammenti, sezioni di noi stessi che ci permettono di crescere. Noi prendiamo in prestito le immagini degli altri, dagli incontri che facciamo e così cresciamo, anche dentro l’assenza degli altri in noi così presenti: “Ed è come/ intuirti / ma non riuscire / più a metterti a fuoco/ Ci sei stata al mio fianco?/ E inspiro con forza il maglione appoggiato / alla porta/ e ritrovo l’odore/ Sei uscita da qui? / Sei tornata? (da Mistero della fede).
Ed il paesaggio diventa anche segno di identità che ci forma. La pineta piuttosto che il vulcano, piuttosto che un paesaggio di mare, sono per Gabriella Grasso quel panorama, ma sono allo stesso tempo lo specchio della sua interiorità. E questo non è un atteggiamento scontato, ma è appunto il senso ultimo della sua poetica: non esiste confine tra io e tu, tra mondo interno e mondo esterno, tra noi e loro, tra estraneo e autoctono, tra vivi e morti, ma siamo tutti in uno stesso mare, che non è il mare da cui è circondata la Sicilia, ma quello che sta dentro tutto il mondo e ci abbraccia.

Paola Tricomi