Hashtag, fare poesia – Dialogo contemporaneo

Introduzione al Dialogo Contemporaneo

Un dialogo è un colloquio tra due o più persone, un confronto di idee già di per sé politico, uno schema aperto, una pagina bianca nata per ricondurre l’indicibile proprio della poesia ad un’eredità passata, dimenticata e allo stesso tempo mai come prima d’ora presente, assimilata e digerita in un continuum temporale nutrito dalle sue stesse smarginature, un cane che si mangia la coda, un ellisse alla continua ricerca del suo più estremo e sgrammaticato punto di rottura.
La contemporaneità è l’aver luogo nello stesso tempo, una coincidenza che quotidianamente viviamo, un paradosso letterario, poiché se da una parte il poeta è oggi in grado di mantenere un rapporto di continuità con la tradizione dall’altra la persuasione storico/culturale è venuta meno, da qui la riflessione di Luzi che paragona la contemporaneità poetica ad uno strumento scordato “Inesperto il musico o impercettibile l’accento?”, nel presente si crea quindi l’impossibilità di fare a meno del passato, si citano echi-fantasmi stilistici che in un pastiche in versi rimandano continuamente il testimone ai padri fondatori. Questo però sembra a volte incredibilmente non trasparire, la contemporaneità mescola le carte, confonde i generi, rende l’approfondimento una mera questione critica.
Una differenziazione tra passato e presente la si può trovare nelle cellule ritmiche predominanti, nell’assenza/presenza di regole, nei ritmemi fino ai suoni e/o a delle immagini ricorrenti, trovare quindi delle costanti stilistiche tra le inconsistenti fratture tematiche.
Lo scopo che si pone questa rubrica è quello di far dialogare generazione diverse tra loro, sia direttamente che indirettamente, il vecchio e il nuovo in un ciclo continuo di rinnovamento, con interviste(Dialoghi) e articoli che partiranno da un tema prestabilito per poi sviscerare e sviscerarsi a vicenda, andando alla ricerca delle influenze generazionali di una comunità che opera per e con l’invisibile, cercare di catturare il passato per capire quale direzione stia prendendo il presente:
Comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura, tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura.
Nelle parole di Goethe sono racchiuse le linee guida del mio studio, il quale non sarà un calderone in cui lasciar sedimentare i versi, piuttosto sarà un luogo in cui spero i poeti si sentano a casa, una comunità che può scontrarsi ma sempre in favore di una costruzione, una sorta di alveare poetico.
La poesia contemporanea ora è in una fase di stallo, troviamo molte individualità poetiche diverse tra loro, senza un apparente casa in comune, sono anni in cui l’instabilità politico/sociale si riflette anche in questo mondo, che seppur con le sue astrazioni non è esente da autoanalisi collettive ma anzi fa da specchio a chi è in grado di guardare attraverso di esso. Sono anni in cui vige la regola del “tutto subito e il più velocemente possibile” ma la poesia è l’opposto di questa concezione, è piuttosto una riflessione calma e personale del mondo in continua accelerazione che ci circonda, non il contrario, ovvero in nessun modo la velocità dovrebbe intaccare il pensiero che altrimenti non sarebbe altro che un sintomo e non causa stessa di un’immagine. Ma non è così, con l’avvento per esempio dei social media i poeti non distinguono più l’essere dal fare, l’essere comporta come detto da Bene “ distacco, lontananza, assenza, separatezza, malattia, delirio, suono, e soprattutto urgenza, vita, sofferenza, l’abisso che scinde orale e scritto.” ovvero farsi scrivere e mangiare da colei che colma i vuoti, annullarsi in sua presenza, una relazione esistenziale. Il fare poesia è tutt’altra cosa, un abito sociale indotto da altri, un lavoro d’artigianato che sembra non presupporre il prima ma solo il dopo costruzione. Il poeta in sintesi è il nessuno di Ulissiana memoria. Quindi come mai con l’avvento della contemporaneità e dei social si è persa questa concezione?

HASHTAG, FARE POESIA

La volontà di avere un pubblico porta i poeti a sperimentare nuove terre e quindi nuove identità , come quella del hashtag. Se da un lato il fare poesia su Instagram sembra fuori contesto o più precisamente fuori luogo, dall’altro la forma breve sembra cogliere nel segno, trovando in queste piattaforme la propria dimensione ideale, al di fuori da ogni critica oggettiva sul valore dei versi stessi. Questo ha portato gli editori spesso a rivolgersi al mondo digitale, alla ricerca del poeta con più seguito a discapito della qualità, senza quindi prendere in considerazione l’essere ma il fare, risaltando l’immagine di quest’ultima categoria. Si parla sempre di una community di 700 milioni di utenti al mese, con un pubblico potenziale di 14 milioni soltanto in Italia.

Atticus, poeta californiano nato su Instagram spiega la sua scelta con questi versi: “Indosso una maschera, così posso scrivere ciò che sento, invece di scrivere cosa credo di dover sentire”, una scelta identitaria di una persona comune, un’inversione di rotta. Il volere di farsi leggere, lo scrivere per qualcuno oltre che per se stessi, è implicito nel concetto stesso di autore, un istinto diffusosi velocemente, nato nei paesi anglofoni, studiato e analizzato poi da Alexandra Alter. Il canale di comunicazione con gli anni è cambiato, così come la concezione stessa di scrittura poetica, nei social i testi per raggiungere un pubblico devono essere brevi, congiunti ad un’immagine e riconoscibili esteticamente. Di esempi italiani ne abbiamo molti, basti pensare a Catalano o Gio Evan, autori pubblicati da grandi case editrici che per la pubblicazione di una raccolta attendono sempre e comunque prima un feedback social, in base poi a quella risposta si creano delle aspettative che bene o male vengono esaudite. Si pubblica solo ciò che si vende. Ma quante volte ciò che si vende può essere considerato poesia?

Il tempo di certo trasforma i generi, la contemporaneità però presenta una particolarità, lo snaturamento stesso della concezione di scrittura poetica, ovvero confondere e confondersi al punto che etichettiamo come poesia anche quello che non lo è. Una frase, una parola, un avvenimento, tutto ciò che ci circonda può essere messo in poesia, gli spazi bianchi in nessun caso possono essere una caratteristica sufficiente per una definizione, altrimenti la poesia diventerebbe tutto e niente al tempo stesso.

Il tema principale di queste opere è l’amore, sempre raccontato in maniera molto tormentata, un argomento poetico molto abusato, ma in questo contesto viene ridotto a dei termini fissi e immutabili, diventa così tanto presente da azzerare gli spazi di riflessione del lettore, il cerchio si stringe e la chiave di lettura svanisce o diventa totalmente inutile, il linguaggio si spoglia, si trasforma in una semplificazione, una stilizzazione di ciò che in realtà necessita di complicazione, ovvero più i versi si complicano e più rendono essenziale l’indicibile, arrivare quindi in profondità e non restare in superficie.

Si può parlare di poesia contemporanea riferendosi a questi autori oppure stiamo snaturando anche noi il concetto stesso di poesia?
Forse ci risponde Marchesini nel suo Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia (Quodlibet,2014):
“…progressiva perdita della capacità di distinguere i poeti veri”

A cura di Gianluca Ceccato

Gianluca Ceccato nasce il 6 maggio 1997 a Latisana (UD) attualmente vive e studia a Padova. Fin dalla tenera età si appassiona alla poesia partecipando a vari reading tra Pordenone e Udine. Dal 2017 collabora con il sito Brakhu come curatore di una rubrica poetica dal nome “Suburbana” dove racconta la storia d’amore e odio in versi tra verde e urbano. Le sue poesie sono presenti su riviste online come Altrove, Il Visionario, Inverso e in numerose antologie. Nel 2019 è finalista del Premio Tiburtino con la poesia “Una Notte”. Nel 2020 è in uscita “La Carne dei Muti” per Aletheia editore.