Intervista a Mario Marchisio – a cura di P. Pera

INTERVISTA A MARIO MARCHISIO

  1. Allora, caro Mario, è appena uscito un libro molto importante per il tuo percorso, la raccolta di tutta la tua produzione novellistica: Chi vive se ne pente (puntoacapo Editrice, 2020), titolo suggestivo, e pure un po’ inquietante; difatti accompagnarlo con la Medusa di Von Stuck (in copertina) sottolinea quest’ultimo aspetto, e so che nulla è casuale nelle tue scelte. Ce ne vuoi parlare?

Ho scritto pochi racconti, nel corso degli anni. Quanto al titolo del libro, esso non è solo una boutade, ma inerisce all’esperienza dei protagonisti delle mie narrazioni. Sono anime turbate alla radice, schiave di un tetro cinismo, viziose, vendicative, sempre sull’orlo (e spesso ben oltre l’orlo) della follia. La Medusa di Franz von Stuck sintetizza il loro sguardo collettivo. Uno sguardo essenzialmente omicida. Questa è a mio avviso l’umanità “al naturale”, denudata dalle finzioni e dalle belle maniere che regolano la vita associata. Per me l’essere umano è l’opposto esatto di ciò che pensavano gli illuministi. Io sto dalla parte di Pascal. Senza Dio siamo meno di niente. Belve pronte a seppellire vivo un parente o un amico dal quale ci riteniamo offesi. Un’ultima osservazione. L’elemento mitologico, che talvolta affiora nei miei racconti, funge da “intensificatore” di questi personaggi aberranti, votati al male in ogni forma possibile e ad ogni costo.

  1. Come suggerivo prima, nella tua Opera neppure il più misero dettaglio sfugge alla doverosa revisione. Sei il Sovrano (e l’inquisitore?) della tua ampia letteratura, ma preferisci considerarti l’architetto d’un edificio (come mi hai spesso confessato), un ruolo più umile: il ruolo di chi lavora per la gloria di qualcun altro, in questo caso del Dio che il re rappresenta. Quanto influisce la fede nella tua devozione all’arte della parola?

Tutte le arti, se praticate in presenza di una vocazione e col supporto di un profondo studio, comportano la realizzazione di opere belle, sia il loro contenuto tragico piuttosto che comico, siano esse in versi o in prosa, scolpite nel marmo, dipinte sulla tela o annotate su un pentagramma.
Se la fede in Dio ci apre le porte del Paradiso, l’amore per l’arte ci permette a sua volta di contemplare la bellezza, che è un riflesso della Luce divina nel mondo. Non esiste alcuna incompatibilità fra la prima e la seconda. Tutt’altro!

  1. Cambiamo argomento, ma neppure troppo: i racconti sono la parte meno ampia della tua produzione, poiché in prima battuta sei critico letterario, studioso d’arte, di religione, e soprattutto poeta (e io ne so qualcosa, avendo cercato d’imparare dai tuoi insegnamenti). Quale poeta ti distingui per la rigorosa chiarezza espressiva, la forza delle immagini, l’inevitabile ritmo e una notevole profondità di pensiero (che ritieni pure essere i requisiti minimi perché la poesia sia). Parlaci del tuo percorso poetico, come nacque? Dove ti ha condotto?

Ho iniziato molto giovane, scrivendo esclusivamente poesie fino alla soglia dei trent’anni. La saggistica è venuta poi all’improvviso, quasi un tentativo di sistematizzare, commentandoli con cura, gli oggetti delle mie assidue indagini su scrittori, pittori e tradizioni religiose.
Per quanto riguarda la poesia in particolare, è come se avessi sempre scritto un unico libro (limandolo negli anni) suddiviso in tre parti: liriche contemplative assai spesso d’ispirazione funebre, liriche amorose, poesie giocose e satiriche in cui i due temi principali delle liriche vengono trattati in chiave paradossale e irriverente. Il mio percorso poetico, in sostanza, non mi ha condotto ad altro che ad ampliare diuturnamente la ricerca senza mai variarne i temi.

  1. Chi sono i maestri della tua letteratura, coloro di cui non hai potuto fare a meno (in poesia e no)?

Mi limiterò agli autori che non ho mai smesso di leggere e rileggere, e ne dimenticherò sicuramente qualcuno. I lirici italiani del Quattrocento, Alfieri, D’Annunzio, Ripellino, Chistopher Marlowe e William Blake, Góngora, Quevedo, i maestri della poesia e della prosa francese da Gautier fino a Proust, poi Trakl, Rilke, il teologo martire Pavel Florenskij, i saggi di Northrop Frye e di Erwin Panofsky, l’opera omnia di Borges e Calvino. Cui vanno aggiunti, pilastri contro i quali mi sono rotto a più riprese la testa nel tentativo di non credere, il libro della Genesi e il Vangelo di Giovanni.

  1. Infine, Mario, so che hai nuovi progetti per i prossimi anni: ci anticipi qualcosa?

Come progetto a breve termine ho la pubblicazione (forse l’anno prossimo) di oltre cinquecento tra aforismi e pensieri vecchi e nuovi. Ma il mio vero e immutabile progetto è di continuare – imperterrito – a fallire (dal punto di vista del mondo), come ho sempre fatto fin dall’inizio della mia attività di scrittore. Chi resta ignoto o ai margini delle posizioni che contano ha infatti il vantaggio di poter perseguire il proprio ideale estetico al riparo da fastidiose interruzioni e da catastrofiche distrazioni, cercando di essere utile a chiunque gli chieda un consiglio ma non cedendo mai al demone della facilità. Tutto è infatti molto difficile. Sia il bello che la salvezza eterna.


Intervista di Paolo Pera