Fabrizio Sani – Tre poesie inedite

Con Andrea, bambini, giocavamo con le pigne,
sedevamo accanto, davanti alla maestra.
Adesso, dentro una tuta da lavoro, mi dice di una pietra sollevata per amore
e di una ricerca di qualcosa che sia tutto ciò che può bastare,
durare.
Andrea non ti ho tradito quando me ne sono andato,
ma adesso, facendoti smarrire nella nostra differenza.
Andrea, io sono sempre il bambino
e mi nascondo da te,
per non farmi commuovere da sincerità
che non so ricambiare.
Non vergognarti Andrea, il tempo l’hai capito:
io ricordo e celebro il ricordo;
tu, senza fatica, hai trattenuto il tempo dentro gli anni.
Vivi nel tempo, non del tempo,
come facciano noi farisei.
Tu stavolta
sei andato via presto, lasciandomi solo
a perdermi: improvvisamente mi si è attorcigliata attorno
la sera; e sospeso, ritorno.

*

Mettiamo un mattino come un altro,
fischiettando tra i marciapiedi della tua città
– fosse fine primavera –
tra gli smilzi fili d’aria
che la mia bocca lascerebbe cadere
abbandonassi anche qualche lacrima,
tu cosa raccogliesti?

Mettiamo in un mattino come un altro
volessimo incontrarci in un bar per il caffè
– fosse fine primavera –
e io mi fossi un po’ attardato.
Una volta terminato il caffè,
mi chiederesti, con aria immatura,
di restituire quel tempo insieme che ti ho sottratto?

Mettiamo, dicevo, un mattino come un altro,
chiudessi i tuoi occhi e con le mani le tue orecchie su di me
– fosse fine primavera –
evaporassi assieme a tutto il mondo.
Supporresti che la vita procede ancora,
che oltre la tua morte nient’altro morirebbe?
Sapresti, con certezza celeste, di avermi davanti?

Vorrei sapere se un mattino come un altro,
ravvisando la luce sensuale del sole
– fosse fine primavera –
cominceresti a pensare al caldo che si attenua
in un mattino di fine estate
e alla vigna dove potremmo spogliarci e baciarci,
tra l’uva matura?

In conclusione, mi piacerebbe capire
semplicemente se posso chiamarti amore.

*

È come una giornata di vento, fissare una foglia ondeggiare
e intimarle di fermarsi quando il soffio è ancora forte.
Questo stai chiedendo a me.

È come un padre, un buon padre, con il figlio che vive lontano
e un’estate intera in cui non si volta a guardare le stelle.
Questo stai chiedendo alla fede.

È come scrivere tanto e poi dimenticarsi una parola semplice
e poi del legno, in un terreno che ricordo, da far avvampare.
Questo stai chiedendo a una piccola storia.