La strada di Damocle – Recensione di Francesco Costa

La Strada di Damocle di Lucio Toma,
qualche riflessione di Francesco Costa

Poesie selezionate: Sarto di vita (p.25); Mottetto (p.68); WC (p.76).

Il libroLa Strada di Damocle (2019, ed. Arcipelago Itaca, ISBN 9788899429737, pp. 84) è l’ultima raccolta di poesie firmata da Lucio Toma – docente, giornalista ed evidentemente poeta pugliese (sue anche Zigrinature, 1999, e A Gonfie Vene, 2006). L’autore presenta l’opera come “un viaggio che si fa sosta, arrivo o meta”, un pellegrinaggio che attraversa “le incongruenze, le contraddizioni e la precarietà dell’esistenza”. Il percorso taglia cinque regioni tematiche che sono altrettante lenti graduate puntate sul mondo, per coglierne gli aspetti che più colpiscono la sensibilità di chi scrive – o bisturi pronti ad incidere, pale per scavare, trovate un po’ voi la metafora che più vi aggrada. Vestito di vita parla di sé, dell’io poetico, del poetare in generale, tra esperimenti linguistici e momenti di estrema intimità e riflessione nostalgica. Salone di varia umanità, al contrario ma senza opporsi, si apre a ciò che circonda l’autore, al paese, alle feste, alle botteghe, su cui posa uno sguardo ironico, caustico e sconsolato che però, senza escludere che si tratti di una mia personale deformazione campagnola, sembra a tratti raddolcito. Mare di noia è poesia socialmente impegnata e profondamente dolorosa, si scontra con i profughi del mare, con i martiri dell’Isis, con la politica e l’attualità. Affetti e difetti ci riporta invece all’intimità, alla vita coniugale, alla casa. Ci riporta alla persona che incarna l’autore e fa da ponte verso gli Esiti, amare considerazioni finali che svelano la clavis di quanto precede e in qualche modo ne traggono le conclusioni, ben riassunte nel Mottetto che risponde al quesito d’apertura (“se non è un gioco, allora che cos’è?”). Gli ultimi versi, coerentemente, sono scritti dalla tazza del cesso, arcadia personale dove ci si concede la massima interiorità e sincerità e da cui ci si alza “schifati comunque, come sempre.” (A proposito di W.C., p. 77).
Il gioco di parole che la fa da titolo, primo di molti che seguiranno (per gli amanti, tra i quali mi annovero, del genere), in qualche modo riassume gli intenti del lavoro: se la spada di Damocle ci rimanda ai dubbi, alle asperità, ai pericoli del vivere, l’immagine della strada porta con sé quelle del superamento, del percorso (più o meno finalizzato), dell’evoluzione e sicuramente e anche quella della sopravvivenza. Si ricordi poi che, stando alla leggenda, il tiranno Dionigi pone la lama sopra il capo di Damocle – invidioso del suo potere e delle sue ricchezze – per istruirlo sui rischi e l’insicurezza che accompagnano la posizione di potere. Damocle, dopo aver visto la sua incolumità affidata all’esile crine di un cavallo, perde rapidamente il gusto per le raffinatezze del sovrano e rimpiange la semplicità e la spensieratezza di quand’era un attendente qualunque. La semplicità e la spensieratezza che qua e là punteggiano l’opera con le forme dell’ironia sono sentimenti nobili, più degli arzigogoli linguistici, più dei temi impegnati che a volte sembrano forzati, e con il loro apporto di dolcezza fanno da giusto contrappeso ai momenti più intimi e malinconici che il viaggio impone al viaggiatore.

Istruzioni per l’uso – la poesia è spesso prosa spezzata, i componimenti più o meno brevi spaccati con grande coerenza interna, ma che a volte fanno fatica a trovare una collocazione precisa nel contesto – vuoi perché linguisticamente troppo arditi rispetto agli altri, vuoi perché di tono o tema molto differente (o per i miei limiti di lettore, non lo escludo). La cosa in sé non sarebbe e non è, per quanto mi riguarda, un problema. Ciò nonostante, l’autore imposta il libro come un percorso e, per quanto accidentati, i percorsi presuppongono una linearità almeno ideale. Il salto dall’intimità rotta del poeta che, con le povere armi che si trova a disposizione, imbastisce una vita che non calza per poterla finalmente indossare (sarto di vita, p. 25, qui ho versato una lacrima e questo da solo vale la lettura) all’ironia manierista e superflua del componimento che segue (cani e poeti, p.26, andatevelo a vedere) è troppo per me. Come leggerlo? Evitando, in un primo momento, gli Esiti. Rinunciando alla progressione ordinata, aprendo una pagina a caso per leggerne e rileggerne il contenuto fino ad averlo metabolizzato, curandosi di non passare oltre, di digerire il boccone prima di continuare. Infine, la fine – lo chef lascia le retrovie, ci spiega i perché e i percóme del menù proposto e noi, pur con qualche perplessità e diffidenza, ce ne andiamo soddisfatti.

Il commento – l’uso furbo e sapiente degli espedienti linguistici, mitigato da un incedere lineare e scorrevole più vicino alla prosa che alla poesia, è un’arma vincente per sparare a raffica sulle contraddizioni che colpiscono lo sguardo, penetrante e disilluso, di Toma. A volte si sperimenta troppo, perdendo di vista il contenuto, a volte si fa il contrario, altre ancora lo humour spicciolo spezza il velo di disincanto e appanna la lente. Piccolezze. Nel complesso l’opera è un colpo ben assestato al muro che difende la fortezza dov’è custodito l’inganno della vita che i poeti, da sempre, assediano.

Francesco Costa