#Cortocircuiti – Su Amelia Rosselli

Dal cuore del mare sono tutti più piccoli


Dal senso labile come l’idea stessa di variazioni, la parola della Rosselli è idea ma nella corporalità grafica di una frase, di un verso, si contraddice in sé. La variazione, così come in musica, si esplica non solo di poesia in poesia, ma all’interno degli stessi componimenti. Il ritmo è singhiozzante, si confuta spesso quanto il contenuto stesso della poesia. Questa dinamica rende il significato opaco, sul punto di crollare perché variabile è la posizione etica della Rosselli stessa. Vanno in parallelo la risemantizzazione di certi nuclei culturali (dio, amore, morte, in un turbinio in cui questi si scambiano di posto e si mescolano) e letterari come la decostruzione di ritmi ciclici e della metrica che diventano instabili, magmatici. Ogni rapporto con questi nuclei è vissuto con una preponderante interiorità, è l’individuo che si scaglia contro i fondamenti stessi della cultura occidentale. L’amore diventa ossessione, male che provoca allontanamento ma anche attrazione intima; Dio è simbolo da abbattere, ma anche amante infedele o verso il quale essere infedeli per un senso di ripudio o conscia riflessione in lui. Rapporto ossessivo con la lingua che è sia strumento amatissimo che primo carnefice, prima convenzione. La tensione bellica è anche in direzione del linguaggio stesso che viene smembrato, reiterato spasticamente per metterne in luce la convenzionalità: anafore, anadiplosi sono sia un pendolo fatto oscillare psicoticamente tra rabbia e tentativo di redimere (e redimersi dall’umanità) che malinconia ossessiva.

La pazzia amorosa non è che una stella filante nel deserto.
Il mio corsetto mi stringe troppo forte.
L’acqua è una rana che si difende dall’annegare.
I tuoi sonetti risultano falsi, voluti!
Il naturale mi è escluso. O umanità che ti storpi i piedi per
mangiare alle ore convenute, se il tuo cibo è l’aria
perché distruggi. Moriremo nell’aria vana, ma non è
vacua

Cerco la durata delle sicurezze, ma l’orologio il numero
ha asfissiato la mia bellezza, e l’armonia del numero mi
ha rotto le scatole della tolleranza – l’orologio ha numeri
troppo brevi per il mio riposo. Vince il metallo della cassaforte
su dell’aria invariabile. Non è l’una! è l’infinito! Grido che
ricade nella strada coi mattoni da cassa da sicurezza.

Non posso dimenticare il tempo. L’aria è vana
Le regole della vita sono più asfissianti della mia bellezza.
Non voglio mangiare, non voglio vivere – grido
che ricade nella tua fame.
Non posso fumare nell’attesa di una bellezza.
Una tua bellezza. Ma che il mio sia comunque il tuo…

Il mio ombrella delle platitudini. Lavarsi, mangiare vestirsi
senza della fiducia. Grossolana platea. Necessaria morte,
necessario veicolo delle nostre passioni. L’incandescente
turbamento dell’amore. Atto di bellezza che sopravvive alle
necessità: specchio delle vanità. Arrivismo delle fanciulle
in fiore.

da Variazioni Belliche – 1963

Vorrei affrontare questa poesia sfruttando l’idea di variazione e ripetizione ossessiva di determinati temi.
I primi tre versi sembrano esprimere delle verità assolute in cui una parola è resa attraverso un dettaglio che sfugge alla vista, ai sensi.

La pazzia amorosa non è che una stella filante nel deserto.
Il mio corsetto mi stringe troppo forte.
L’acqua è una rana che si difende dall’annegare.

Sono le tre verità dalle quali partire per comprendere il resto di questa poesia.
Quel non è che del primo verso tenta di decostruire l’idea di pazzia amorosa rispetto, forse, alla percezione tradizionale che se ne ha, quasi di qualcosa di buono, riferibile ad un martirio. In questo caso il martirio per amore è la vista fugace di questa stella filante, che probabilmente si vedrebbe sparire dopo poco per poi tornare al buio deserto dell’esistenza. Il secondo tema è nella bellezza e trova una significazione più completa con i versi successivi in il numero/ha asfissiato la mia bellezza.
Vi è una coincidenza semantica tra numero-corsetto-orologio-metallo-sonetto, tutti strumenti utilizzati dall’uomo per autoregolarsi, per imprigionarsi in convenzioni apparentemente utili che però negano la libertà degli atti più semplici: dallo scrivere poesia

I tuoi sonetti risultano falsi, voluti!

al mangiare

umanità che ti storpi i piedi per
mangiare alle ore convenute

al saper apprezzare la propria bellezza

il numero
ha asfissiato la mia bellezza.

Nel terzo verso vengono scambiati i soggetti dei sintagmi e i significanti resi per mezzo della loro percezione analogica. Dando ad acqua il ruolo di soggetto e in prima posizione di verso, la Rosselli crea un effetto straniante e di cortocircuito ma se ricostruito nel senso si afferra tutto della poesia.
La liquidità del verso rende l’intangibilità della verità, la rana saprebbe vivere in acqua, ma l’acqua forse rappresenta le convenzioni, la rana tenta di non affogare in questo stagno di regole umane, antropiche, culturali. L’affogamento della rana riprende il corsetto del verso precedente, manca l’aria, senso asfissiante delle regole.

Il naturale mi è escluso. O umanità che ti storpi i piedi per
mangiare alle ore convenute, se il tuo cibo è l’aria
perché distruggi. Moriremo nell’aria vana, ma non è vacua –

C’è una resa difronte all’impossibilità di giungere ad un’immediatezza di azione, di pensiero, una sincerità di parola anche. Questi versi rendono la rabbia verso l’ipocrisia di imporsi regole spesso inutili dato che Non è l’una! è l’infinito!. E qui la naturalità, il sentimento istantaneo del tempo è reso per mezzo della metafora dell’aria, che è vana, ma non è vacua. Nello stesso verso c’è una prima variazione sul tema, va a fondo nella metafora ma prendendo una strada alternativa. è un verso che provoca un cortocircuito, cosa si intende per ‘varia’: impersonale, non identificata?. Ripercorrendo il testo si ha l’impressione che questa sia una frase liturgica, dallo spessore sacrale di una salmodia: nonostante il tentativo spastico e censore di catalogare, definire, limitare, l’aria (che qui ormai assume il ruolo di essenza come naturalità intangibile e non riconducibile a compartimenti stagni) mantiene la propria natura di varietà. non è vacua: è un ulteriore tentativo di decostruire un preconcetto umano, l’aria non è vuota, è varia e quindi piena, solo abbattendo i preconcetti la si può percepire.

Cerco la durata delle sicurezze, ma l’orologio il numero
ha asfissiato la mia bellezza, e l’armonia del numero mi
ha rotto le scatole della tolleranza – l’orologio ha numeri
troppo brevi per il mio riposo. Vince il metallo della cassaforte
su dell’aria invariabile. Non è l’una! è l’infinito! Grido che
ricade nella strada coi mattoni da cassa da sicurezza.

Purtroppo, non avviene lo stesso con la bellezza che resta imbrigliata nelle durate che la invecchiano e i numeri che la mortificano in quantità. La Rosselli problematizza il numero e il suo essere cassaforte, sicura e allo stesso tempo asfissiante. L’ossessiva antitesi armonia- varietà è qui più esplicita: armonia è piattume, aria invariabile, incapacità di comprendere la moltitudine del reale. Il grido di rivolta crolla senza ascolto, dissolvendosi al suolo.

Non posso dimenticare il tempo. L’aria è vana
Le regole della vita sono più asfissianti della mia bellezza.
Non voglio mangiare, non voglio vivere – grido
che ricade nella tua fame.
Non posso fumare nell’attesa di una bellezza.
Una tua bellezza. Ma che il mio sia comunque il tuo…

La rabbia si tramuta in martirio quando ci si rende conto di non poter dimenticare il tempo, diventa digiuno di protesta: Non voglio mangiare, non voglio vivere – grido/che ricade nella tua fame. Quest’ultimo verso e i successivi provocano delle variazioni rispetto all’assetto generale della poesia. Dopo un ossessivo malessere solipsistico, nell’isolamento della scrittrice provocato dalla sua lotta e dalla sua insofferenza nei confronti delle convenzioni, entra in gioco una condivisione: un tu. Il grido non cade più sul cemento freddo e inascoltato, ma nella tua fame, che sia un tu reale, retorico o autoriferito, è indifferente. Da questo quarto verso vi è una tendenza che sembra poter tirar fuori l’autrice da questo male. Una bellezza subisce subito una variazione diventando una tua bellezza, nel tentativo quasi di redimere nello scambio empatico con l’altro, la bellezza che fino ad ora l’ha stretta nel suo corsetto. E subito dopo un cortocircuito che, nelle sue forme, assomiglia ad un sospiro, disilluso e felice assieme: l’apertura in Ma non crea un’antitesi negativa, piuttosto l’apertura ad una salvezza. Il riscatto dalle convenzioni umane è nell’atto umano più naturale: l’esistenza dell’altro.

Il mio ombrella delle platitudini. Lavarsi, mangiare vestirsi
senza della fiducia. Grossolana platea. Necessaria morte,
necessario veicolo delle nostre passioni. L’incandescente
turbamento dell’amore. Atto di bellezza che sopravvive alle
necessità: specchio delle vanità. Arrivismo delle fanciulle
in fiore.

Qui è il cortocircuito più oscuro, quel mio ombrella può essere in riferimento al tuo della fine della strofa precedente, in un rapporto di identità tra il tu e l’ombrella, dando in questo un’ulteriore resa di quel rapporto salvifico che le permette di coprirsi (appunto: ombrella) da ciò che semplifica la realtà in categorie limitative (platitude – banalità). E un’ulteriore variazione sul tema del mangiare, in rapporto quasi cronologico più che di climax, delle azioni effettuate in successione la mattina appena svegli. Le tre azioni sono poste in posizione finale di verso, reggono se stesse, aprono uno spiraglio che però subito è censurato dalla ancora persistente mancanza di fiducia. Le due frasi nominali che seguono sembrano riprendere quell’essenza liturgica della prima strofa, ma creano ulteriori blackout di senso. La concordanza al femminile può suggerire un riferimento alla fiducia che qui sembra redimersi nella morte ma anche nella necessità della sua esistenza affinché possa diventare veicolo delle nostre passioni. Come si può vivere senza fiducia? E la Rosselli ammette di averla abbandonata, e con essa la vita più densa (per rivolta o per necessità?). C’è una visione più completa che sembra essere maturata nel componimento stesso. La fiducia è collettiva in quanto platea, ma assomiglia al pubblico di un talk show: è grossolana, superficiale, impaziente, pressante. Ma nonostante la sfiducia, non si placa il riscatto nei confronti della vita, si apre una variazione sulla pazzia amorosa del primo verso, questo verso cambia prospettiva rendendola incandescente/turbamento dell’amore, in cui l’attributo è anteposto in posizione di rilievo rispetto al nome, crea un legame diretto con quella stella filante che qui pare bruciare più a lungo, non si spegne nel deserto, non si placa. E questo fuoco pare bruciare il superfluo: la bellezza è definitivamente rimotivata nella generalizzazione in atto, e sopravvive alle necessità, vivendo ancora dopo l’abbattimento di tutte le convenzioni che sono vanità. Ultima frase nominale, un parallelismo che pare accostare queste vanità umane (il convincersi di trovare altre necessità al di fuori dell’amare, mangiare e vestirsi) all’ambizione e al narcisismo delle fanciulle/in fiore.

Davide Gallo