Interno Giorno di Martina Dini – Recensione a cura di F. Costa

Interno Giorno di Martina Dini,
qualche riflessione di Francesco Costa

Poesie selezionate: Ma se mi arrendo (p.7); La bellezza (p.15); D’altro canto (p.22).

Il libro – Interno Giorno (2019, ed. Lebeg, ISBN 9788899599133, pp. 68) è la prima raccolta di poesie di Martina Dini – attrice e formatrice teatrale livornese, attiva in quel di Roma. Due righe e già s’impongono tre precisazioni. “Raccolta di poesie” è una locuzione imprecisa, il libro è piuttosto un poema spezzato con precisione in 37 canti che si legano con docilità e grazia tra di loro a comporre un’epica del sé che incontra il mondo. Il teatro, poi, trasuda dal testo in modo genuino e sincero: i versi sembrano scandire l’intonazione, le cadenze, il ritmo di una grande prosa fatta per essere letta ad alta voce, recitata quasi. Infine, viene da chiedersi che cosa sia questo “interno giorno” ed io provo a fare la mia ipotesi: credo che vadano lasciate da parte le interpretazioni astruse ed eccessivamente metaforiche che ricercano la stanza segreta della poetessa e via dicendo, penso piuttosto che sia da intendersi come un “interno, giorno”: un’indicazione di regia che precisa un tempo e un luogo in cui collocare il testo, cioè quelli della quotidianità, della semplicità, della dolcezza. I temi svolti sono tre: i luoghi, della poesia, della vita, del sé; i ricordi, che premono contro il presente fino a spremere una tenera malinconia nei versi; i corpi, spesso topografici e a loro volta coste, vedute, paesaggi con la loro “muta di pelli” (p. 7, immagine suggestiva quanto spaesante). L’amore, crudo, duro e dolcissimo tiene assieme il tutto e percorre l’opera come un fiume sotterraneo che spesso emerge con violenza per poi inabissarsi di nuovo. Qualcuno direbbe, immagino, che abbiamo a che fare con una poesia femminista, che affianca alla fragilità, alla sensibilità che fa da motore, l’immagine di una donna forte, “guerriera” (p. 19). Io credo invece che le parole di Martina Dini presentino un io poetico estremamente energico e sufficientemente esperto nel trattare i versi da ammaestrarne l’energia perché non sfoci in aggressività. Credo che non parli una donna in cerca di riscatto, di affermazione o checchessia, ma una voce interiore che percorre lo spettro della sensibilità di una poetessa attenta alla molteplicità degli aspetti del sé e del suo confronto con la vita. La poesia è intima, sincera, sembra abbracciare il lettore e, spesso, chiedere che l’abbraccio venga ricambiato. La lingua studiata, scorrevole e mai artefatta concorre abilmente allo scopo: gli stratagemmi retorici sono dosati col contagocce, impiegati con gusto e cautela (p. 11, Quando mi sono accorta di me, a titolo di esempio). Pietro Casaburi Urries ha scritto che “chi brama la poesia senza ornamenti retorici, ama la primavera senza fiori, il monile senza gemme e il firmamento senza stelle”. Non sono d’accordo, credo invece che ami i campi senza tralicci, l’eleganza nella semplicità, un cielo stellato il giusto, senza satelliti o inquinamento luminoso. Interno giorno offre qualcosa di simile.

Istruzioni per l’uso – il testo è scorrevole, omogeneo, denso e coerente. Si legge con piacere, meglio se ad alta voce e piegandosi al ritmo dei versi, dall’inizio alla fine. Niente pause prolungate, niente riflessioni ardite, almeno ad un primo incontro. Va detto come si prega, con grande attenzione alle parole, ma senza dimenticare la finalità, l’insieme, il perché. Ci si ritroverà così davanti all’autrice, nuda, che offrendoci sé stessa ci offre anche un’opportunità di scoprirci attraverso le sue esperienze, la sua sensibilità, l’intimità impressa nelle parole che descrivono quei giorni, cioè tutti, in cui siamo messi di fronte a noi stessi nello specchio deformante che è il vivere. In Chissà com’è (p. 52) ci si chiede “qual è il guadagno / a leggere sponde / vergate d’inchiostro / esposte a marosi / erose dal tempo / incongrue / perfino aliene”. Credo che la risposta sia, tutto sommato, che il guadagno è conoscersi, riconoscersi e, forse, sentirsi meno soli.

Il commento – il linguaggio è semplice, parla al lettore senza sfarzi superflui, trasmette contenuti profondi con efficacia e senza cadute di stile (salvo Sono stata estrema, p. 16 – ma è un giudizio estetico nel senso kantiano del termine, soggettivo, finalistico dove il fine sono io e quello che voglio dai versi). L’intimismo, la prima persona, la pennellata autobiografica non s’involvono ma anzi si aprono, come rosa, sotto il naso di chi s’avvicina, rivelando un’intricata commistione di odori, profumi, essenze che descrivono e non circoscrivono una vita. Il libro è bello, dove la bellezza è quella descritta, con parole che trafiggono la carne, a pagina 7. Lo leggerò ancora, ricambierò l’abbraccio.