Dialogo Contemporaneo – Hashtag, Essere Poeta (analisi su G. Galloni).

Foto di Dino Ignani

HASHTAG, ESSERE POETA

“Immaginammo un mare dietro l’ombra dei caseggiati popolari; e invece dell’acqua una radura vasta, sgombra. E noi di chissà quale muta specie.”

Gabriele Galloni ne “L’estate del mondo” (2019, Saya edizioni) cercava di descrivere così la sensazione che si ha quando l’immaginario si imbatte sulla realtà, un mare invisibile dietro alle fatiscenti braccia delle case popolari, appendici tentacolari di un mondo fatto appunto di grandi spazi ma perennemente vuoti, quella provincia che si propaga così, nei silenzi e nelle rughe di chi fuma una sigaretta e beve un amaro nei bar, un meritato riposo per chi ha lavorato una vita nella zona industriale del paese affianco, una morte preannunciata per i giovani che decidono di restare, ben consci del fatto che probabilmente prenderanno il posto di chi li ha preceduti.
Chi ci ha preceduto ha lasciato un’eredità, una casa piena di cimeli e frasi appese ai muri, ma questi muri col tempo si sono riempiti di crepe, le comunità si sono allontanate e poi divise, lasciando ogni poeta nella sua bolla creativa perennemente circondata da una patina di incomunicabilità. La poesia così come ogni altra forma d’arte si evolve col tempo, così come la sua riunione che dal symposion nell’antica Grecia, passando per i salotti letterari europei e arrivata nella contemporaneità alla condivisione idee e personalità su internet.
Il “lavoro” che un tempo presupponeva uno spazio e tempo ben precisi ora è diventato intangibile, è sì alla portata di tutti ma in modo impersonale, l’identità estetica viene ben prima dell’identità poetica, basti pensare all’uso cromatico dei post su Instagram dove appunto l’autore nativo viene incarcerato in schemi prestabiliti che decretano il suo successo/insuccesso, tutto questo in completa solitudine, in assenza di collettività pure il non venire ascoltato è un problema individuale.
Negli ultimi anni in risposta a questo sono nati molti giornali online di poesia dove tramite l’inclusività si cerca di risanare le spaccature formatesi negli anni, dei luoghi/non luoghi dove quello che prima è diviso ora è unito in un alveare in versi rappresentante la contemporaneità.
L’essere poeta nell’era digitale non esisterebbe senza queste riviste/luoghi d’incontro (Inverso, Poesia del nostro tempo, AlmaPoesia, solo per citarne alcune), poiché la poesia che si scrive autonomamente, usata come tramite da chi la vive come elemento essenziale della parola ha bisogno della linfa sottoforma di ricerca insita in queste realtà, questi spazi dove passano i poeti e germogliano i loro scambi, trovando nuovi lettori e leggendo nuovi versi, parole che purtroppo rimangono ad oggi ancora trasparenti nelle librerie.
C’è bisogno di una presa di coscienza, dare voce a chi fino ad ora è stato relegato nell’ombra, percepire i movimenti sociali, saper far parte in modo attivo del tessuto culturale in cui ci troviamo, costruire muri bianchi per poi sporcarli e renderli complessi e ripieni di sfumature, in un perenne stato di positiva instabilità, migliorare il contesto, creare un dialogo prima che tutti parlino in solitudine dai loro post o profili, prima che si confonda ancor di più l’essere dal fare, il primo tiene conto anche e soprattutto l’aver cura delle realtà che si sono create, così da custodirle e renderle fruibili, il secondo è pericolo e apparenza, è comunicare con isole ormai alla deriva, luoghi pervasi da un continuo stato di incomunicabilità.
I nostri versi vivranno, sono prolungamenti naturali di noi stessi, parole che circolano, cercano vita in altre lingue, prendono nuove strade ricalcando le vecchie. Le nostre connessioni emotive vivranno, sono frammenti di quello che siamo stati, sono di chi arriva a piangerci, cercando una probabile comparsa ad ogni angolo, scattando vecchie foto mentre si cerca di ricalcare un futuro più roseo, un pezzo di questo futuro se n’è andato, ecco che ogni possibilità di creare un qualcosa si annulla, diventa superflua, inutile come forse la maggior parte delle mie frasi. Di una cosa sono certo però, l’ambiente poetico che si è costruito in questi anni lo dobbiamo a noi tutti, continuiamo a leggerci per poi dialogare come ora, più di ora.

“Siamo in spiaggia; è l’estate che precede la nostra nascita. I tuoi non ritornano e una voce continuamente chiede l’ora. Tu indossi un abito che è identico a quello che amerai una volta viva.”

(Gabriele Galloni, “L’estate del mondo” 2019, Saya edizioni)

Gianluca Ceccato