Cortocircuiti – Tre poesie di Louise Glücke

Tre poesie di Louise Glücke a cura di Davide Gallo

The Drowned Children

You see, they have no judgment.
So it is natural that they should drown,
first the ice taking them in
and then, all winter, their wool scarves
floating behind them as they sink
until at last they are quiet.
And the pond lifts them in its manifold dark arms.

But death must come to them differently,
so close to the beginning.
As though they had always been
blind and weightless. Therefore
the rest is dreamed, the lamp,
the good white cloth that covered the table,
their bodies.

And yet they hear the names they used
like lures slipping over the pond:
What are you waiting for
come home, come home, lost
in the waters, blue and permanent.

I bambini annegati

Vedi, loro non giudicano.
Allora è naturale che debbano annegare,
per primo il ghiaccio li prende a sé
e dopo, tutto l’inverno, le loro sciarpe di lana
galleggiano alle loro spalle mentre affondano
solo all’ultimo sono calmi.
E il lago li riporta tra le sue sparse braccia oscure.

Ma la morte deve coglierli diversamente,
più simile all’inizio.
Come se loro siano sempre stati
ciechi e senza peso. Perciò
il riposo è un sogno, una lampada,
la cara bianca stoffa che copre il tavolo,
i loro corpi.

E ancora sentono i nomi che usavano
scivolano come esche sopra lo stagno:
cosa state aspettando
tornate a casa, tornate a casa, persi
nelle acque, blu e immobili.



April

No one’s despair is like my despair –

You have no place in this garden
thinking such things, producing
the tiresome outward signs; the man
pointedly weeding an entire forest,
the woman limping, refusing to change clothes
or wash her hair.

Do you suppose I care
if you speak to one another?
But I mean you to know
I expected better of two creatures
who were given minds: if not
that you would actually care for each other
at least that you would understand
grief is distributed
between you, among all your kind, for me
to know you, as deep blue
marks the wild scilla, white
the wood violet.

Aprile

Nessuna disperazione è come la mia disperazione –

Per voi non c’è spazio in questo giardino
per pensare a queste cose, per provocare
questi irritanti segni sulla pelle; l’uomo
che scerba meticoloso un’intera foresta
la donna che zoppica, rifiuta di cambiare i vestiti
o lavare i capelli.

Tu pensi mi importi
se parlate tra voi?
Io voglio solo che sappiate
che mi aspettavo di più da due creature
a cui è stata data scelta: non che
vi fosse cura tra voi
ma almeno che capiste
che il dolore è distribuito
tra voi, tra tutti i vostri simili, per me
per riconoscervi, come il blu profondo
segna la scilla selvatica, il bianco
la viola dei boschi.


Vespers

Once I believed in you; I planted a fig tree.
Here, in Vermont, country
of no summer. It was a test: if the tree lived,
it would mean you existed.

By this logic, you do not exist. Or you exist
exclusively in warmer climates,
in fervent Sicily and Mexico and California,
where are grown the unimaginable
apricot and fragile peach. Perhaps
they see your face in Sicily; here we barely see
the hem of your garment. I have to discipline myself
to share with John and Noah the tomato crop.

If there is justice in some other world, those
like myself, whom nature forces
into lives of abstinence, should get
the lion’s share of all things, all
objects of hunger, greed being
praise of you. And no one praises
more intensely than I, with more
painfully checked desire, or more deserves
to sit at your right hand, if it exists, partaking
of the perishable, the immortal fig,
which does not travel.

Vespri

Un tempo credevo in te; ho piantato un fico.
Qui, in Vermont, paese
senza estate. Era un prova: se l’albero sopravviveva,
significava che tu esistevi.

Secondo questa logica, tu non esisti. O esisti
solo nei climi caldi,
nell’ardente Sicilia e in Messico e California,
dove crescono le incredibili
albicocche e le pesche fragili. Può darsi che
loro vedano il tuo volto in Sicilia; qui, a malapena vediamo
l’orlo del tuo vestito. Io devo disciplinarmi
a condividere con John e Noah i pomodori raccolti.

Se c’è giustizia da qualche parte, a quelli
come me, che la natura costringe
in vite di astinenza, dovrebbe destinare
tutte le cose condivise tra i leoni, tutti
gli oggetti della fame, essendo la fame
lode a te. E nessuno ha fede
più intensamente di me, che ho
desideri sorvegliati con tanto dolore, o più merita
di sedere alla tua mano destra, se esiste, partecipe
di ciò che perisce, il fico immortale,
che non cambia luogo.

Poesie da “Descending Figure” (1980), “The Wild Iris” (1992).

Traduzioni a cura di Davide Gallo per Cortocircuiti