Intervista a Giorgia Deidda – (A cura di L. Alberti)

Intervista su Sillabario senza condono

“Sillabario senza condono”. Questo il titolo della tua prima silloge, che a primo impatto si presenta enigmatica e dall’andamento prosastico. Vuoi spiegarci come nasce, a cominciare dal titolo, e perché hai deciso di pubblicarla proprio adesso?

Il titolo “Sillabario senza condono” vuole esprimere la libertà della parola, la silloge scevra da qualsiasi macchia d’impurità, una poesia immacolata, martire, che non presenta alcuna colpa. Sono in un periodo della mia vita in cui le colpe pesano come macigni; tanto è stato fatto. Questo è il mio modo di chiedere scusa. La poesia diventa catarsi, un modo per esprimersi senza parlare, senza la vergogna di guardare negli occhi, anche se negli occhi ci si guarda lo stesso, prima o poi.

La poesia si sa, è espressione di sé e della propria interiorità; è qualcosa che nasce quando sentiamo che siamo a un punto di svolta della nostra vita, quando capiamo che dobbiamo tirar fuori quella vita che altrimenti rimarrebbe intrappolata dentro di noi. Qual è stato il tuo punto di svolta, il percorso che ti ha aiutato a superare il trauma della perdita?

Il trauma non è stato superato; nonostante io scriva, ho perso un amore che sarebbe diventato grande, ed è proprio questo blocco dell’essere in divenire che mi dilania dentro. Sono tuttavia arrivata ad una piccola svolta; ho quantomeno riiniziato a svolgere le mie attività quotidiane, seppur con difficoltà. La poesia mi ha sicuramente aiutata a tirar fuori lati di me che credevo non potessero essere. Mi ha trasformata, in una di quella trasformazioni metafisiche, che non puoi spiegare a voce.

Nella raccolta emerge l’immagine di una poetessa osservatrice del mondo, delle sue crudeltà e contraddizioni, ma viene fuori anche l’immagine del trauma dell’abbandono, che sembra pervadere anche le cose più piccole; parli ad esempio di “luce bestiale” che ha alterato un tuo equilibrio, trasformandolo in un cuore sgualcito, ma anche di “inutili fronzoli” che sembrano appesantire un mondo complesso e a volte incomprensibile. E infine emerge l’immagine di una poetessa che ha voglia di essenzialità. In questo senso, quanto ti ha aiutato la poesia nel ritrovare questa essenza?

La “luce bestiale” permane nel mio percorso come un lumino che riscaldi le autodistruzioni, che mi culla quando mi trovo sconfitta, ultima, sabotatrice. Il trauma dell’abbandono è sempre stato presente nella mia vita; se dovessi rispondere secondo uno schema cognitivo comportamentale direi che faccio troppo uso di distorsioni cognitive. La poesia in questo ha avuto un ruolo fondamentale; mi ha riportata ad un’essenzialità, ad una concretezza che l’astrazione stava iniziando a corrodere, nei circuiti nervosi della mia mente. La poesia ha quindi ruolo salvifico in questo.

Quali sono le tue aspettative per questa raccolta e i tuoi progetti per il futuro? 

La raccolta sta avendo successo; spero ne abbia perché ho tanto da raccontare. I miei progetti futuri sono un romanzo a cui sto lavorando e un’altra raccolta poetica. Chissà.

Tre poesie dalla raccolta

AUTUNNO

Io non ho più niente,
lasciata a marcire come le foglie in autunno
senza un ricordo a cui aggrapparmi,
qualcosa
che mi possa far luce in queste tenebre nerissime.
Non ci troviamo,
tu sei perso, sei al di là della notte
più lontano dell’altro capo del mondo
e mi pasticciavi il cuore con i tuoi pastelli
una mano da bambino, debole,
ma più forte delle mie paure.
Quando avrai voglia di piangere,
il mio grembo sarà per te spalla più ampia,
il circolo che tutto crea;
sarò per te madre e amante.

*

ASFISSIA

Si chiama
asfissia completa quella in cui
l’aria gela nella gola pinnacoli di rame,
mentre si cerca la parola.
Io esisto come sono, ed è sufficiente;
sondo la profondità della terra e accetto le cose
per il loro posto e la loro forma, senza giudizi di valore.
Non è nella gente che io trovo rifugio
quanto nell’universo intero,
e sosto un momento sul mio cammino
mentre guardo l’eterno fuggire.

*

TESSUTI

Da oggi il bianco si riaccende
afferra la spina dell’inesistente,
il mio sillabario senza condono
con abiti uguali tutti gli anni,
ci svia mentre parliamo del vulnerabile
che formiamo.
Specialmente se il vento con dita gelate
mi accarezza il viso.
E lancio un grido d’ombra che il mare,
udendo,
tossisce e trema.

A cura di Lavinia Alberti