Blu di Giuseppe Settanni – Recensione (F. Costa)

Il libro – Blu (2019, Ed. Ensemble, ISBN 9788868814199) è la prima raccolta di poesie, altrimenti apparse in modo frammentario tra i concorsi (vinti) e la rete, di Giuseppe Settanni – già autore del romanzo Nero (2010, Ed. Palomar). I due colori, imperativi ed isolati, ben descrivono il tono generale dell’opera. Il blu è quello dell’amarezza, la nostalgia di un qualcosa che non è stato o non è più, ‘color di lontananza’ per riprendere Gozzano. Il nero – non ho letto il libro in questione, ma mi permetto di giocare con le parole per amor di analogia – il nero, dunque, è quello della violenza, delle cose che si spezzano come ali, altre volte è invece una décadence che serpeggia tra i versi neanche troppo celata e accompagnata da un simbolismo duro e ammonitore. L’opera è in sei parti: un Ex quiete iniziale, seguito dai quattro venti dell’antichità greca (Borea, Euro, Noto, Zefiro) e una chiosa a Spirare. Le due sezioni che fanno da bordo sono in realtà componimenti isolati, ben calibrati e potenti, brevissimi, che incidono il lettore come lame. Il corpo è invece composto da poesie lunghe ed elaborate, dove i momenti più abrasivi si mescolano con immagini complesse, le figure retoriche con un ritmo spesso molto vicino alla prosa – una prosa infiorettata di aggettivi e periodi a volte molto pesanti ed intricati. I testi parlano di luoghi che sono quasi delle eterotopie, gonfi di scene dolorose e nostalgiche, esempi contestualizzati di un mondo barbaro ed ostile, parlano di gesti, di climi scontrosi, di colori cupi che inghiottono i seppur presenti spiragli di luce fioca, di uomini scomposti. Le correnti d’aria mescolano il tutto un po’ alla rinfusa, i temi si accavallano, s’allacciano, s’immergono per riemergere sotto forme diverse ma pur sempre riconoscibili. Come la vita, la raccolta si apre con un’immagine di cecità abbagliante e si chiude con il silenzio di fronte alla rivelazione inondante che c’è sì verità, ma nessuna consolazione – nel mezzo, il dolore nelle sue infinite declinazioni, i venti che tirano da tutte le parti fino a spezzarci.

Istruzioni per l’uso – Libro denso ed intricato, nonostante la relativa brevità richiede grande attenzione per dirimerlo e non sono sicuro di averlo fatto fino in fondo. Le liriche vanno meditate e lasciate macerare, i simboli districati, le metafore studiate e collocate. Il ritmo lento e involuto e gli argomenti spesso gravi mi fanno dire che l’opera non va letta né tutta d’un fiato né per forza dall’inizio alla fine. L’apertura e la conclusione fanno pensare che l’autore abbia architettato un percorso che ho difficoltà a scorgere e, purché detta apertura e detta conclusione si tengano sempre ben presenti come chiavi di lettura, suggerisco piuttosto di rompere l’ordine, soffermarsi sui singoli componimenti e lì dove si sente risuonare una corda, insistere e ribattere fino ad entrarci dentro.

Il commento – il tenore sconsolato e sconsolante dell’opera, il dolore di cui è impregnata, le immagini forti e violente mi catturano (una su tutte, ‘la carezza dimenticata’ che ‘ha fame di ali da spezzare’, p. 45). La scelta del linguaggio, spesso e con le due grandi eccezioni dell’ouverture e dell’epilogo, mi confonde e mi allontana. È come se di una complessa sinfonia mi toccasse infinitamente il tema, tanto da suggerirmi di comprenderne le motivazioni, le spinte, il sentire che l’ha partorito – ma l’arrangiamento, lo svolgimento, l’esecuzione mi lasciano una sorta di amaro in bocca, di incomprensione che a torto o a ragione me li fa dire esagerati. È una sorta di Wagner, bellissimo, potente, eccessivo per il mio gusto.

a cura di Francesco Costa