Simone delle grazie – Tre poesie inedite

Una stanza

Nel vetro
mia madre è un fiume
mio padre
una scheggia di sale.

Nel vetro, quel che resta di me
è un contorno elevato alla enne.
Mari mi attraversano.
Qualcuno, riflesso
ha un cespuglio per volto.

Paesaggi non sono linee
o quadrati riconducibili
alle geometrie della mente.
Dove poggia lo sguardo del poeta
è vento che allaga le stanze.

Non ha finestre, però
questa stanza arredata di salsedine.
Solo vecchi intonaci
e pareti che fuggono la quadra.

*

Diorama sud

Le case del sud
hanno ciclamini rossi alle finestre
e madonne smaltate
nelle nicchie che costeggiano i portoni.
Le case, più a sud
hanno facciate bianche di calce
che includono il cielo, il salto
dell’airone rosa e il suo intero tragitto.

La pelle dell’uomo scura e riarsa
fa brividi al fresco della casa
dove è buio vicino alle pareti
umide di muffa e di intonaco a secco
ed è buio dove è più buio
il focolare degli occhi
cioè negli angoli remoti
che attestano un passaggio,
l’orma lontana
di un altro uomo fatto a pezzi.

*

Anche di giorno
(un passante)

Anche di giorno muoiono gli uomini.
Anche al sole.
Ma i miei morti non sono i tuoi
e la parte del viso che scopro al sole
non è una nuvola. Il mio sorriso
non è il sorriso del turista cinese
che mi passa accanto
 ignaro di me, dei tuoi morti
di questa parte di mondo
che splende, oggi, tutta per lui.

Chi ha il ghigno ferroso, di solito
nasconde ferite nelle tasche degli occhi.
Non ci sono nuvole in cielo
né nella nebbia di chi mi guarda
(la mente è un porto di mare
coi suoi flutti, con le sue puttane).
Un gabbiano mi sorvola la testa.
Non è una nuvola
ma oscura per poco il mio volto
e quello del turista cinese.