Andrea Laiolo – Neve su palermo (nota di P. Pera)

Andrea Laiolo

Questa breve selezione da Neve su Palermo di Andrea Laiolo rischiara l’occhio di chi legge, presentando una città che – lo confesso con vergogna – ancora non conosco. Abitare la visione riplasmatrice del poeta, impreziosita da ori e da Cristi Pantocratori che dividono le pecore dai capri, non è cosa di tutti i giorni (essendoci per lo più abituati a una poesia dell’io auto-analitico, dal sapore ancora novecentesco…).

In Laiolo la voce poetante – l’abitatrice dei versi – s’erge a entità dall’eguale potenza dell’urbe, tra i due v’è un commercio pari allo scambio in amore (visitare la culla di più civiltà comporta forse questo, l’apertura d’un essere che si confonde – si unisce! – con la totalità che lo ospita?); questo poeta ci ha già abituati al suo divenire tutto nel Tutto, e in questo Dittico dei prodigi (sottotitolo che Laiolo dà all’opera) v’è una significativa dimostrazione di ciò.

Paolo Pera


Il lungo sconforto di questa mia attesa
non giunge al suo porto: nell’ora sospesa
intona il suo canto con brivido e incanto;
così viene intesa la musica triste
dalle onde commiste dell’àcquea distesa.

Ed una creatura, ninfa o donna, chiara
con lenta andatura, la mia voce amara
confonde al fruscìo, a quel dolce oblìo
con cui si dichiara, signora di arene
e di cantilene, che il mare ripara.

Io le dico: Incerta la mia strada, oscuro
il passo oltre l’erta. E lei: Sii sicuro,
ti porto col volo, non tocchi più il suolo!
E mosso al futuro le stringo la schiena,
compenetro il viso che in lei raffiguro.

Campane d’inverno sospingono il mare.
Nel liquido interno intente a duellare
luce e ombra si sposano, nel fondo riposano.
Tu inizia a disfare le stanche parvenze
che queste esistenze ci fanno portare.

*

Non chiederti chi io sia, e negli atti
compiuti oltre non indagare:
in me hai tu incontrato gli dèi;
appaiono, loro, e non chiedono
se non prèci vòlte alla luce.
Le forme esporrò della statua
all’astro risorto dai mari
ed esse saranno te, eterna.
S’estenderà sacra la schiena,
uguale a una valle con templi
e nude spianate di fonti
che sgorghino bianche di latte
cui crescere eroi e sibille.
Le coppe feraci del seno
sono ora innalzate; il labbro
il fulgido riso ha ceduto
del tuo occhio alla notte stellata.
Io sono maturo alla morte
che troverò sull’ara ardente
del tuo corpo ricco di doni.
Sei la notte, l’alba che il grembo
le imbianca, sei le forme create,
ed esse saranno me, eterno.

*


Millecento. Cappella Palatina

L’oro musivo s’inarca sui lumi,
l’aurea navata scintilla di ceri,
sul campo della luce lucentezze
asperse tremano d’eterna vita.

Fregi di smalti vegetali e innesti
di geometriche vite, tralci d’ombra
lungo le arcate di selve gemmanti.

Il sole bizantino della cupola,
giorno perenne, attrae sfere preziose;
gremiscono splendenti minerali
il cielo normanno che stilla alti gioielli

viventi in pèrsiche forme assiepate
da un califfo celeste in un giardino
a serrarvi col nordico guerriero

l’amante arabica sotto la volta,
stellato alveare sospeso sul mondo.
Spade deposte su languide rose.

Musiche immobili implorano gli astri:
e continenti si allacciano intrepidi.

Ma in fondo ad ogni altezza, zaffìro
pacifico, il Pantocratore vigila
spazî e brecce di azzurre esistenze
come fogli d’un eterno respiro.