Beatrice zerbini – tre poesie inedite

Mi hai chiesto una poesia
che parlasse del Natale,
che ti piace così tanto,
ma non l’ho;

la cerco in questa casa senza facce,
fra le rose luminose con la pila,
che ho comprato dai cinesi, già frugate
nei cestoni da altre mani,
ma non c’è.

Io vorrei darti le pigne che ti aspetti,
i teatri in miniatura con la neve.

Non lo sai quanta cannella, quanto muschio,
quanti piccoli pacchetti bianchi e rossi,
ti darei,

ma il Natale non è
qui con me;

l’ho lasciato alla bambina che guardava
il disegno sul servizio
di piatti di Limoges,
svenduto al primo offerente,

l’ho soffiato via col talco nelle calze
di mia nonna,

l’ho perduto nel gonfiore delle dita
che graffiavano nel gelo i parabrezza
di una fuga,

l’ho mangiato,

a piccoli pezzetti, anno
dopo anno,
sulla tavola, da sola.

L’ho dormito,
pregato via, dissolto
nella scusa fosse un giorno come un altro.

E ora non ho più
Natale
per la semplice poesia che tu mi chiedi.

Mi è rimasta:

la coda da lucertola a ricrescere
della stella che realizza i desideri

e la nascita del giorno
di ogni giorno che verrà,

te le lascio tutte e due,
a te che forse
sei l’unica persona che saprebbe
farmi amare anche il Natale.

*

Perché non sappia
questo muscolo sfibrato di autostima
che mi tiene appena saldo sulle spalle
il gran peso della testa e delle braccia,

mi difendi,
rassicuri che son brava,
qualche volta pure bella,
con le occhiaie di tre giorni chiusa in casa:
per paura che mi veda, che ne soffra,
mi sotterri col perdono, chiudi un occhio.

È quell’arte che tu hai,
la consuetudine, la cura
di nascondere i nervetti dell’arrosto,
in un angolo segreto del tuo piatto.

*

Finalmente è morta la tua rosa:
mi sento sollevata, da cosa
non so. Dall’annaffiare,
forse, dal correlare:
dall’attendere il segnale,
con l’annuncio (floreale)
dell’Universo
che – sì! – ti ho perso.