Beatrice Cristalli – tre di uno (recensione)

La poesia non serve a niente, è un prodotto assolutamente inutile.
Ecco perché, in questi tempi di spoetizzazione diffusa, c’è un’urgenza bellissima che la riguarda. Già Eugenio Montale nel suo discorso al ritiro del premio Nobel per la letteratura nel 1975, sosteneva l’esistenza di un largo spazio, nel mondo, per l’inutile.
E sono ancora qui i Pindaro, i Saffo, i Leopardi, i Luzi, gli Ungaretti, le Pozzi, a tenersi per mano e invocare questa necessità.

Beatrice Cristalli li ammira tutti. Classe 1992, una laurea in Stilistica del testo e “una barca da scrivere”, come direbbe il Faber. A maggio 2018 ha pubblicato “Tre di Uno” (ed. Interno poesia), la sua prima raccolta poetica dove la parola – in ebraico dabar, una parola efficace, concreta – si fa poesia, «grido obiettivato», per dare anima all’identità di un soggetto depotenziato dalle dinamiche del mondo contemporaneo, come afferma Giovanna Rosadini nella prefazione.

La durata induce alla poesia. E Beatrice, alla perenne ricerca della parola che possa contraddistinguere il suo desiderio, affida ai canti il senso della permanenza, cercando in ogni istante la sua dilatazione, pur consapevole che «non c’è tuttavia rimedio al voler essere / a tutti i costi».

Se Mario Luzi scriveva «la mia pena è durare oltre quest’attimo», Beatrice accoglie l’eco luziano in una tesa e vibrante ricerca del senso ultimo del tempo. E l’istante si fa perenne, fissato e dilatato, come un’eternità che non trova scampo, in un culmine di senso. Un istante rifratto che altro non è se non lo specchio dell’io stesso che, incessante, s’interroga. «Mi implori di lasciare aperte / tutte le domande»; «Tutte le parole che non riesco a / Tradurre / Prima o poi saranno un’uscita». Beatrice scava nelle macerie inutili dei suoi (nostri) abissi, in un «buio esaurito» che non trova pace e con un linguaggio scarno, asciutto rende l’immediata aderenza tra il sentire e l’esprimere, le connessioni – tra la parola e lo spirito – in cui crede. Sono le parole isolate nei versi, quasi scolpite nella categoricità degli a capo, a catturare l’attenzione del lettore e a rifinire il percorso esistenziale di dolore e gioia che Beatrice conduce, per tentare – talvolta invano – di accarezzare la forma delle cose.

La sintesi non è nemica in questo libricino sofisticato e colto, giacché l’eleganza sintetica si coniuga con un tema molto caro all’autrice: la dolorosa esperienza di vivere di origine leopardiana. Nella poesia “La ginestra” – considerata una summa del pensiero leopardiano – il poeta di Recanati esprime  tutta la sua consapevolezza nell’ammettere la totale assenza di fusione felice tra l’Uomo e la Natura. «Dipinte in queste rive / sono dall’umana gente / le magnifiche sorti e progressive», scriveva. Detto con altri termini: non resta che vivere la precaria esistenza, siamo soltanto umani. E’ quanto leggiamo anche nella lirica “Tre di uno” di Beatrice, tra le più istruttive dell’intera raccolta: «Tutto sta in un’antica ferita / Che parla di una storia mai esistita / come di te che sei solo un uomo / Anche se le iniziali sono di Dio». L’accettazione di questo pathos è la strada giusta per resistere, per crescere nella tempesta, a dispetto di tutto.
All’io dissoluto della modernità liquida resta un solo strumento per sperimentare la grazia: è la poesia, un impeto emozionale che dismette i panni latenti per consacrarsi alla durata, nella fissità della pagina bianca. «Ma parlami di te, di me – non può / Il sempre ricostituirsi così, / Senza avviso. / Qualcosa vorrà pur dire / Guardare il mare e senza dirsi / Niente / Pensare a voler essere custoditi».
In questi versi si rivela la percezione dello strumento poetico. Se è vero – come scrive Silverio Novelli nella postfazione – che la parola in forma di poesia non si fa cogliere, quindi nemmeno possedere, non è difficile intravedere la sintesi suprema della poetica della Cristalli: si comincia a camminare nella memoria attraverso i sentieri della parola. E’ un lungo viaggio, il suo, dentro una perdita di identità che sta nelle cose. Verrebbe da dire quasi una forma di “nonostante” , la stessa di cui parlava Aschenbach ne “La morte a Venezia”: quella sorta di nonostante grazie al quale nasce tutto ciò che esiste al mondo di grande. La poesia, appunto.

La parola, qualsiasi parola, nella poesia di Beatrice è metafisica, oltre che sostanza, enigma, costantemente altro. Per svelare ciò che è stato. «Ma io me ne vado / A cercare / O morirò negli assiomi». E per arrivare dove? Per cercare stoicamente uno slancio, per rendere concreta una perpetua azione, che nel pensiero weiliano è la connotazione del bene. Il bene è quel movimento con cui ci si strappa da se stessi in quanto individui, per affermarsi uomini (Simone Weil, Il bello e il bene, ndr). Si deve scegliere, essere o non essere. Si deve chiamare col giusto nome ciò che giace in fondo, seppellito e ombroso. Perché di questo si tratta in poesia. Tutto nasce per restare.

Eppure l’ermetismo dei versi sfugge a qualsiasi partizione, lasciando inesauste le inconsuete domande sul vivere. E Beatrice «guarda sotto», tentata ancora e sempre dal sublime: «Io pretendo il mare in cima / Che resta: / Ci sono cose che ritornano / E non avvisano / Le vedo, tra una mano mai chiesta / E la voglia di intrufolarsi / Nel giardino privato / Con il piacere di una sola carezza. / Nessuno apre / Ma non chiederti le cause / Vale solo la forza degli effetti, / Come guardare il vento che passa / E volerne prendere parte». Quanto c’è  di autobiografico in questo? Tutto. Niente. Vale soltanto smarrirsi, per ritrovare se stessi, l’«uno di uno». Sentire che il vissuto personale dell’autrice può diventare esemplare, allontanare il dolore di chi legge. Chi non pagherebbe per un «dolore giusto», per «imparare a non sapere», per «avere la pelle sempre dello stesso colore» – come i bambini – o semplicemente per «tornare allo zero», all’inizio di tutto e non sbagliare? Tuttavia il cerchio chiude e riparte, diventando altro. «Mi metto in fila come i Re Magi / Per aspettare una profezia rappresa / Ma torno sempre indietro». C’è poco da fare, siamo destinati ad andare in profondità, a non contentarci mai di quel che c’è, a bramare sempre il non ancora.

Nella miseria spirituale che sta conquistando tutto, la fragilità preziosa delle parole aiuta a riconoscerci. Per farlo dobbiamo ritornare, ai luoghi della nostra vita e ai paradisi perduti di un futuro giammai remoto. E nominarli. «Soltanto il tempo veramente scrive / usando come penna il nostro corpo» – scrive Valerio Magrelli in “Ora serrata retinae”. Lo stesso tempo che serve per abituarsi a cogliere ogni giorno le sfumature che non conosciamo, a trovare una lingua per dire ciò che non va detto, a dialettizzare il mondo. Beatrice lo fa, attaccata alla vita, e per questo “resta dentro”.

Veronica Antonietta Mestice