Gloria Riggio – La stagione del dubbio

Gloria Riggio (Agrigento, 2000) è una studentessa che compie i suoi studi classici nella cittadina siciliana da cui proviene, e che tra luci ed ombre molto ama.
Studia pianoforte sin da quando era bimba, nutrendo grande passione per la musica così come per la fotografia, i viaggi, il teatro, il mare, i libri e la scrittura.
Ha pubblicato “Il mirto e la rosa” e “La stagione del dubbio” per Entropia edizioni.

Con tristezza
scorgervi
allegri del nulla

ostentando
lo sgabello su cui state in piedi
al di sopra di tutto

dal basso guardo,
mi accorgo e struggo:
al di sopra di voi

un capestro.

Comodi e paghi su di uno scanno,
o meglio dire, su di un cappio in legno.

*

La putrescenza dei sensi
sul talamo in polistirolo:

un fallo collerico
raschia le pareti, sordo.

L’imeneo, come un rintocco,
intona una svendita
ma
la voce virginea
lo accompagna cadenzando
compiaciuta

*

L’amore che
ti soffierò tra i capelli
sarà una preghiera
al plenilunio

e se io ti avessi tra le dita
non esisterebbe alba
capace di sorgere
a lavare via
i nostri peccati.

Lorenzo Mele – Dove non splendi


Oggi mentre eri sulla sdraio
in preda al dolore e alle lacrime
mi hai teso una mano
chiedendomi aiuto
per sistemarti la schiena.
A me è piaciuto pensare
anche per un istante
che avessi soltanto bisogno
di avermi tra le tue dita.

*


Io, nel ricordo
di una strada bucata
mano nella mano con un padre
che non è mai stato il mio.


Sul dito un moccolo verde
e nell’occhio un’immagine
di una bici senza freni
che mi aspetta impaziente
come un cane gioioso
pronto a farmi le feste
nel cortile di casa.

*


Anche il silenzio mi parla al posto tuo,
quel silenzio che ti è caduto giù dalla tasca.
Dice che ti sei persa come si perdono i folli,
tu, che folle non lo sei affatto.
Anche io come te
mi sento una gioia martoriata
che aspetta una parola sana
davanti al camino.

*

Ero una piccola gioia senza denti
che rideva forte come può il sole
ma nella culla accanto
il sentirla piangere
quella bambina come me
mi ha fatto capire
che non si ride mai abbastanza
se non si sa perché si ride
e allora ridevo forte forte ancora
fino a spegnere il suono del pianto
che sbatteva i nostri sogni
in faccia alle pareti.

*

Ma non abbiamo più paura,
noi figli appesi a un filo,
noi che la morte
l’abbiamo vista in faccia
e la chiamavamo Madre.

*

E questo è quello che rimane:
fumarci, pensarci, disperare.
Avere negli occhi un ricordo,
poi strofinarlo al buio sul buio
e nel buio affondare.

Lucia Tradii – poesie inedite

Lucia Tradii, nasce a Porretta Terme, in provincia di Bologna, il 25 gennaio 1994.
Vive nell’Appennino tosco-emiliano insieme a tanti animali: una cavalla, un cane e la sua famiglia.
E’ laureanda in lettere moderne all’università di Bologna e sta scrivendo la tesi su Renata Viganò, scrittrice e partigiana bolognese.
Le poetesse che più la ispirano sono Alda Merini, Amelia Rosselli e Anna Achmatova.

Dammi mille baci
e poi scordatelo.
Riprendi il conto
e ancora scordatelo.
Perdi il contatto
con la matematica,
tu che conosci
la circonferenza
del mio ombelico.

*

Puoi sognare altre donne
– il subconscio te lo fa credere –
puoi stringerle con le tue braccia
baciarle con la tua bocca
sbriciolare i loro corpi nudi
dimenticarti della mia nascita
io che ti dormo accanto
che mi sveglio
a ogni frullo di coperte
a ogni tuo respiro più caldo.

*

Del nostro amore
nato con la bella stagione
avranno ricordo
le prime ciliegie,
cresciute di pioggia,
che dissetano a morsi.

Fabrizio Cavallaro – Poesie inedite

Fabrizio Cavallaro (Catania,1967). Ha pubblicato alcune raccolte di versi, tra cui Latin loverPoesie d’amore per Clark KentL’assedioSala d’aspettoDi seconda virtù, Estività, In febbre e sudori. È autore anche di testi teatrali, tra cui Salomè, e curatore dei volumi antologici: L’arcano fascino dell’amore tradito. Tributo a Dario Bellezza e Umana, troppo umana. Poesie per Marilyn Monroe.

Hai dato sepoltura
al nostro amore
con la cura
di un entomologo
che infilza la farfalla
ancora viva.

*

Un lusso, questa curva di cielo
che lentamente stride
si posa sulla spalla,
balsamo edenico,
inebriante carezza.

*

Se mi giro,
mi guardo dietro,
appena un po’ oltre
la spalla,
trovo le risposte
che sul momento
sembravano
alibi incoerenti.

*

Scrivo non sapendo fare di meglio
cosa conservare della vita,
ridendo e sorridendo di amarezze
sorvolando l’amore trasparente,
l’arte di impalare vittime sedotte
a nostra volta in un gioco di
fascino che lascia a bocca chiusa –
segno le facce di chi conobbi, bene
o male perché rimangano fisse nel
diario delle feste andate a male –
le stagioni prendano un volto.

*

L’ultima poesia è giocoforza
una seduta dallo specialista
che si guarda allo specchio
ereditando una porzione
di bene e di male
da quella visione.

Fabrizio Bregoli – Notizie da Patmos

Fabrizio Bregoli, nato nel bresciano, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nel settore delle telecomunicazioni.
Ha pubblicato le raccolte di poesia “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016), “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018), “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019). Ha inoltre realizzato per i tipi di Pulcinoelefante il libriccino d’arte “Grandi poeti” (2012) e per la collana Fiori di Torchio la plaquette “Onora il padre” (Serégn de la memoria, 2019).
Sue opere sono incluse in “Lezioni di Poesia” (Arcipelago, 2015) a cura di Tomaso Kemeny e in “iPoet Lunario in Versi 2018” (Lietocolle, 2018), sulle riviste “Il Segnale”, “Atelier”, “Alla Bottega”, “Le voci della luna”, “Il Foglio Clandestino” e in numerose antologie e blog di poesia.
Gli sono stati assegnati numerosi premi fra i quali, per la poesia inedita, i Premi “San Domenichino”, “Giovanni Descalzo”, “Dante d’Oro” dell’Università Bocconi di Milano, il “Premio della Stampa” al Città di Acqui Terme; per la poesia edita i Premi “Guido Gozzano”, “Rodolfo Valentino” e il “Premio Letterario Internazionale Indipendente”.
Collabora come recensore con il sito Larecherche.it e fa parte della redazione di Laboratori Poesia.
Il sito dedicato alla sua poesia è: https://fabriziobregoli.com

ISOTOPI

A volte penso a noi come a due isotopi
diversi solo per peso specifico
stesso ceppo, radice condivisa.
Come deuterio e trizio, le varianti
dell’atomo d’idrogeno, costretti
all’avvicinamento
nel confine di uno spazio comune,
a vincere la nostra repulsione
in un’unione nuova, luce intatta.
Una fusione controllata, senza
scorie. Energia pulita.
Il nucleo primo di una stella minima.
(Fisica di un’impresa non riuscita)

*


CREDERSI ATOMICI


Forse fu il credersi semplici. Atomici.
Come elementi al proprio posto esatto
un’ordinata tavola periodica.
Niente scontri, nessuna collisione
salutare, quella che unisce i mondi
manipola la chimica. L’incidente
di laboratorio, la falla osmotica
fra agenti reattivi.

Semplici, fino a renderci
inerti, repulsivi.
Gas rari. Troppo nobili.
Compiuti, e irrespirabili.

*

NOTIZIE DA PATMOS


Comincia tutto ripetendo un nome
da un buio prossimo, colpo di coda
di qualche creatura d’abisso. Dopo
è la stagione del balbettio – certe
muschiose lallazioni – infine frasi
fatte, proverbi storpiati, eserghi
o falsi. Rovine che non sorreggono.

Comprendi davvero d’essere lingua
quando il futuro diventa ipoteca,
passato da riscrivere, scandire
polso a polso la ruggine dei chiodi.

La poesia non cambia nulla
è il nulla che la cambia. La fa possibile.

*

Non si scrive d’amore, caro Rilke.
Se ne può dire solo per pudore
la luce impenitente dello scandalo
l’arteria dove si frantuma il legno.

Eppure che cos’è questo tacerne
se non per negazione dirne, ammetterci
imperfetti, cercarci oltre l’assunto
dello sguardo, quel sottinteso sordo?

Ed anche qui
l’amore lo si è scritto, in privazione
ipotesi che non si dà una prova.
Il nostro, un dimostrarlo per assurdo.

Michela Zanarella – L'istinto altrove

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015), Le parole accanto (2017), L’esigenza del silenzio (2018), L’istinto altrove (2019). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidenţe (2015). Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. E’ tra gli otto coautori del romanzo di Federico Moccia “La ragazza di Roma Nord” edito da SEM. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. E’ ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. E’ speaker di Radio Doppio Zero. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Collabora con EMUI_ EuroMed University, piattaforma interuniversitaria europea, e si occupa di relazioni internazionali. Già Presidente della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), Capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF). Presidente Onorario dell’Enciclopedia Poetica WikiPoesia.

CI SONO SILENZI SOLO NOSTRI

Ci sono silenzi solo nostri
e c’è il sacro bagliore del sole
che ci unisce come onde mosse dal vento.
Non mi sfugge nulla di te
mentre osservo le stagioni cambiare
mentre tento di difendermi dal passato.
Proprio pensando a ciò che siamo
ti apro le porte delle mie ciglia
dove intravedo una luce che ti assomiglia.

*

PRIMA DI PARTIRE

Prima di partire
e salutare la città
ti chiedo di restarmi nell’anima
come un sole che rincorre la vita
nelle strade.
Mi specchierò ogni istante
nell’amore che abbiamo tentato
di dirci in silenzio.
Proteggerò anche quelle parole
che forse non hai capito
e il tuo sguardo
come l’albero dove chiamare
i gabbiani a fare il nido.

*

NON SI FERMA LA LUCE

Non si ferma la luce
che mi sfrega l’anima
e che va in giro per il corpo.
Resto con i palmi aperti
in attesa delle tue dita
e quando sento che mi sfiori
è come se il mondo prendesse forma.
Dentro di noi non fa silenzio il sangue.
Se puoi avvicina l’aria che respiri
alle mie labbra
e fammi strada dentro il tuo corpo
fino a parlare il verbo
delle nuvole e delle stelle.

Joan Josep Barceló i Bauçà – electronegativitat / elettronegatività

Joan Josep Barceló i Bauçà (Palma di Maiorca – Spagna, 1953). Ha studiato scienze umane e scientifiche nelle Università di Barcellona, Isole Baleari, Madrid e Londra. È autore di numerosi libri di poesia in catalano e italiano. Sviluppa uno stile caratterizzato dal surrealismo e dall’astrazione, con riferimenti a un mondo onirico e mitico, spirituale e carnale, alla ricerca di un concetto rivoluzionario. Ci parla della terraferma e del blu dell’oceano Artico e paesaggi polari in svalbard, seguendo le caratteristiche di un universo in cui la parola diventa il soffio di un nuovo tempo e si trasforma in carne cruda per diventare un mare di tempeste nella notte. Luce e oscurità dominano il linguaggio finché il desiderio è la scintilla del fuoco e solo la vita può sopravvivere in un’emergenza improvvisa. La ricerca di un infinito ci rende nomadi che cercano un attimo di tenerezza, un desiderio di trovare gli unici esseri che hanno le chiavi di persistenza per aprire il cosmo e per renderci i collegamenti covalenti di una vita che va oltre la stessa esistenza in un suicidio mafico della stessa parola, così che la poesia prende la forza del tempo e diventa una furia di sangue e ci permette di vivere più intensamente e di rinascere dopo dal grembo della madre di cui siamo tutti figli tra scintille di elettronegatività.

immolazione tra convulsioni mimetiche di cristalli di magnesio

sei così denso, così impenetrabile,
come un uccello che vaga alla ricerca del sole,
una impostura senza peso
quando mi interroghi all’alba.

cosa?
non farlo.
perché?
perché no.
così variabile, ancora il sangue
può generare la tua immagine sulla soglia del cielo,
essere l’ultimatum del coraggio
nello stato di quiete del colore delle pietre
e trasformarti in carne trascendente.
sei così denso, così impenetrabile,
e così variabile,
ma, perché mi interroghi all’alba?


*


coinvolgimento spontaneo nelle fiamme del fosforo


prima dell’inganno,
il desiderio emigra nel rango di un disprezzo illecito
per diventare
un’anomalia di sudore riscattato,
inetto e timoroso,
ed è una struttura impropria
che nessuno chiede.

l’intrauniverso è un solido ceroso insolubile nell’acqua,
fatto di lamenti di brane
che si trasformano in principio e fine
di un viaggio verso gli antipodi.

nelle arterie delle nuvole,
le corde infiammate collegano infiniti,
sono la parte spaziotemporale di me,
l’altra parte, è carne umana.

*

la germinazione integrale della luce del berillio

più leggera – contro un urlo della schiena –
è la preferenza dell’altezza,
come l’acciaio blu che viaggia nell’arteria.

si addormenta, perché non vuole leggere più
questo inventario – nell’invisibile della brina –
è una curva chiusa
nell’inesistenza dell’aria che esala
il suo bivalente nome idraulico.

Mario Famularo – Favete Linguis

Mario Famularo (Napoli, 1983) esercita la professione di avvocato a Trieste. Suoi testi sono apparsi su antologie e riviste letterarie, tra cui “Poetarum Silva”, “Carteggi Letterari”, “Argo”, “Inverso”, “ClanDestino”, “Menti Sommerse”, “Digressioni”, “Atelier” e tradotti in lingua spagnola dal Centro Cultural Tina Modotti. È redattore della rivista trimestrale Atelier e delle webzine Laboratori Poesia e Niedern Gasse. Ha curato la prefazione critica di diverse pubblicazioni di poesia e collabora con il ciclo di incontri di poesia e letteratura Una scontrosa grazia. Ha pubblicato le raccolte di poesia L’incoscienza del letargo (Oèdipus, 2018, terzo posto al premio Conza 2019) e Favete linguis (Ladolfi, 2019).

osare la parola
inciderla finché non
rappresenta


lo spazio intorno è bianco
seguirlo con lo sguardo
collega il tentativo


svagata l’attenzione
si radica, avviluppa
sfoltisce nei minuti


invoca il tuo contatto
la punta delle
dita


magari una sbeccata
tensione di
matita


accoglila se vuoi
intanto in ogni caso
può germinare
fragile


tra le screziate
vene che sussultano
l’oblio

*

un tempo era l’infanzia
profumi senza nome
confusa intonazione
di un addio


quell’espressione tenera
dal volto di bambina
la mente che ripara in una
sciocca fantasia


ma l’isola era verde
la brezza al tempo
amabile


perviene nel presente
col sapore di
tossine


fragore penetrante
che in un primo istante
soffoca


il dono del silenzio
chiamerai
dimenticanza

*

incidere sul tronco
identiche
due lettere


chissà se la corteccia
scheggiata del ricordo
o forse quel paziente
testimone


dei due chissà
per primo chi
si scioglierà nel
vuoto

Simone Sanseverinati – Il viaggio di chi soffia

Simone Sanseverinati, 27 anni, è laureato alla facoltà di Lettere, indirizzo Storico, presso l’Università degli Studi di Macerata. Suoi testi poetici sono apparsi sul quotidiano «La Repubblica» e online su Poetarum Silva, Arcipelago Itaca blo-mag, Carteggi Letterari, Inchiostro e il laboratorio di Grenouille. Vincitore nel 2016 del 1° concorso Nazionale “Poiesis-Under 35”, e nello stesso anno finalista al concorso internazionale di poesia dedicato a P.B. Shelley, negli anni ha ottenuto numerosi riconoscimenti: 3° classificato al Concorso Letterario “Ah… Che Primavera” (2015), 3° al premio letterario “Il Tempo della Poesia” (2016), finalista al concorso internazionale di poesia “Pensare scrivere amare” (2018). Ha pubblicato le raccolte “Interviste” (Memoranda, 2017), “45 battiti di cuore” (Le Mezzelane, 2018) e la novella “Dentikit” (Santelli, 2018).

La poesia porta sfortuna

La poesia porta sfortuna
perché un calice vuoto vacilla
come il mare che obbedisce alla luna
non sfalda gli eventi
non disperde denaro,
se la fortuna trasporta il caso
la poesia porta sfortuna,
la solitudine di parole grezze
di una carcassa molle che deve
assolutamente essere smembrata
e divorata per non divenire putrido rimorso.
È sfortuna, separa la carne
infuria un diario d’amore nella savana nuda
un luogo nascosto dove chi scrive
perdona.

*

Malinteso


Se trovassi,
avrei il giusto verbo per iniziare
l’oliva non cadrebbe nelle pozze
e forse vibrerei nel sentimento
come il manico di un ombrello.
Restano i cedimenti
oasi nel deserto di un letto,
contrari e sinonimi si specchiano nella collera
anch’essi lontani dal verso.
Rumoreggiano i corvi:
loschi interpreti della pazienza
alleati volanti del malinteso.

*

Un’ora dal tramonto

Fermate il tempo a un’ora dal tramonto
quando ancora la strada mostra la superbia del giorno
fermate il cielo e le tinte balsamiche
che si spezzano solo di fronte alla notte
fermate la freschezza, lei organizza
cosche adibite al contrabbando di quiete
fermate gli anziani e i loro ricordi
infarciti dalla prassi di un buongiorno
fermate le volpi, le loro zampe furtive sono
tessere di un mosaico orange
fermate i discorsi, a un’ora dal tramonto
non servono poltrone parlamentari.
Fermatevi,
che la bellezza segua il buio.

Agnese Coppola – Poesie inedite

Agnese Coppola, nata a Nola (Na) nel 1979, si è laureata in Lettere classiche all’Orientale di Napoli. Dal 2006 insegna in provincia di Milano dove organizza eventi nei quali coniuga l’impegno civile all’arte. Ha pubblicato una sua prima raccolta poetica Nella terra di mezzo nel 2012. Di recente ha partecipato alla raccolta poetica Dieci in poesia (Oceano dell’Anima Edizioni). Nel campo della narrativa ha pubblicato Strisce pedonali, suo primo romanzo, edito da L’Erudita. Frequente la collaborazione con La casa delle artiste_ Spazio Alda Merini per la realizzazioni di reading poetici e mostre. Ho sciolto i capelli. Abbracciami Frida è la sua seconda raccolta che viene ripubblicata da La Ruota Edizioni arricchita da una seconda parte non presente nella prima edizione del 2016.

atto di dolore, i muri spellano
e portano a galla il nome.
Bruciano i capezzoli delle candele,
bianche le gambe in certe sere.
Allo spigolo di casa carne ,
lana di piume a terra.
Le sante crescono capelli
le ciocche sono
polvere di cemento .
S’inzuppa a sera
una coppa di vino.
Il paradiso aveva occhi e rughe
accenno di un addio.

*

Il cielo si sfiletta tra i rami
rimane qualche foglia
addobba un pensiero.
Un rivo strozzato
corre e mormora versi:
Montale mi appare
osso di seppia,
spiaggia del mio cielo.
Mi sovrastano le occasioni:
paleontologia d’amore e parola.