Pietro Polverini – Inediti

Pietro Polverini (Camerino, 1992) vive a Macerata dove, dopo aver conseguito una laurea magistrale in Filosofia con una tesi, dedicata all’opera di Amelia Rosselli, sta perfezionando i suoi studi con un secondo percorso in Filologia moderna. Oltre all’attività critica, testimoniata da contributi su Tondelli, Rosselli e Valduga, si dedica alla scrittura letteraria: i suoi versi sono apparsi nel quotidiano La Repubblica. Ha collaborato con la rivista Nuova Ciminiera. Da diversi anni sta lavorando alla sua prima raccolta, sotto la lasca influenza di più esperienze linguistico-letterarie: dagli elegiaci latini, alla letteratura anglo-americana (Donne, Tennyson e Sexton). Infine, stella mai variabile, incardinata con mille chiodi nel suo cielo, ancora Amelia Rosselli.

I.

il tuo saluto fu un documento apocrifo
scritto sul dorso forestiero dell’estate:
dispersioni terrene a margine
di una splendida storia,
per questo ora mi muovo lentamente
oltre le tue modeste esequie.

II.

racconto di fronte al fuoco
di mettersi in moto per la terra promessa
del nostro antico rimosso:
lo vedo svolgersi con note apostoliche
sul foglio, seguaci dell’ultima stagione corporea.

III.

ragionavo per teoremi in bianco e nero
abbacinato dal sole sparso fra le rime
non si pensava alla carità
ma ad un suo possibile abbozzo:
fra i marchingegni della parola
l’assoluzione era ancora in alto mare.

Giovanni Sepe – Poesie Inedite

Giovanni Sepe Nasce a Napoli nel 1976.
E’ marito e padre di quattro figli.
Si diploma all’ITIS e svolge l’attività di elettricista.
Il peso della luce” (Controluna, 2018) è il suo esordio letterario.

Morirò in piedi
sulla quiete dei fiori
in questa terra di veleni
resterò un oltre
come una statua.
Morirò in un posto che mi vorrà
per sempre
nei venti che avranno voce
se mai ne avrò
tra i fiori.

*

Così si diventa poeti annusando
la vita dei morti e quel che si cela
dietro le parole aperte a vela
e taluna volta morendo
di una morte chiassosa
per l’ultima volta prima dell’ultima.
Così si diventa poeti con gli occhi
assonnati di notte per l’intero giorno
l’ultima volta prima dell’ultima.

*

Mi abbandono
alla solitudine delle cose
così incuranti
da far bene.
Non chiedono le cose
della morte che mi attira
e del volergli somigliare.
Non chiedo alle cose
che un posto tra esse
come acqua nell’acqua.

Sara Comuzzo – Poesie

Sara Comuzzo (Udine, 1988) ha pubblicato 4 raccolte di poesie e una di racconti. Sue poesie sono state tradotte in spagnolo, inglese, russo e portoghese. Ha appena completato un master in letteratura moderna e studi di genere alla Sussex University con una tesi sul teatro di Sarah Kane. Vive e lavora in Inghilterra.
(Fotografia di di Natalia Bondarenko)

Turno di notte

Mentre morivi
io facevo il turno di notte
in un supermercato
a riempire scaffali,
svuotare scatole, sistemare la carne nel frigo.

Non posso fare a meno di pensare
ai pezzi di corpo, i residui dei muscoli,
e quel che rimane. I ricordi indelebili.
Chiunque ha detto che il turno di notte lo fanno le stelle,
mentiva.

*

Colombe

Io sull’acqua ho pattinato sicura.

Le notti svaniscono
si dilatano come una crepa sul muro
esplosa dopo anni
di avvertimenti
dalle porte sbattute.

Andare a casa per guardare una soap-opera
in cui gli attori si sono ammazzati
pur di non far più parte del gioco.

Il satellite del pianto
ruota attorno agli occhi
che però restano asciutti
almeno quanto Londra.

Si apre ai lati il vestito da sposa
di 17 taglie più piccole:
il corpo che dovevi avere
la moglie che volevi essere.

Le colombe sanno tutto
lasciate in fin di vita
sui tetti dell’inverno.


Da Invecchiano Anche le Rose (Il Rio, 2014)

Tramontare


Vuoi dei figli
e senza accorgertene ti risvegli
nonna.


Da Una Bellezza Lontana (Gnasso Editore, 2018)

L’attesa #2

Quanto tempo è passato
dall’ultima volta che abbiamo ballato?

La patetica attesa di un gesto,
anche minimo.

Qui non si muore di fame,
solo di sogni
nati male.

Ho corso senza denti così niente si poteva spaccare.

La penna per scrivere nei tuoi occhi
proviene
da un luogo
in cui valgo
meno della pioggia.

Cosimo Lamanna – Inchiostro per il prossimo inverno

Anteprima editoriale Controluna Edizioni 2020


INCHIOSTRO PER IL PROSSIMO INVERNO

Inchiostro per il prossimo inverno cerca di essere un piccolo bagaglio per l’anima. Una scorta di pensieri e suggestioni cui ricorrere quando il tempo, lì fuori, mette a dura prova il nostro viaggio. Non ci sono risposte, ma porsi delle domande è il modo migliore per mettersi in cammino.


Sono così

Così sono io,
Obliqua grafia tra righe distanti,
Ed è difficile leggermi addosso
Tutte le sillabe,
Le virgole della paura.


Così sono io,
Minore armonia,
Nuvole in un istante,
La notte e il mattino,
Schegge di felicità
Minuscole.


Tu come ti vedi,
Perduto quaggiù,
Preso e ripreso dai fili del tempo,
Da queste tenaglie di ossido e nichel?


Tu ti senti così?
E quanto silenzio ti resta di sera?

Inchiostro per il prossimo inverno

Hai da metterti addosso
Tutto quanto io so,
Tutto quello per cui
Io so riconoscere
L’umore che il cielo ti dà,
Il tempo dei passi, i difetti
E quello che ti distrae.


E c’è una soffitta
In qualche stupida casa
Dove riporre le tende
Ritrovando le pieghe
Opponendo i tuoi angoli ai miei.


E dimmi,


A te cosa serve
Per il prossimo inverno?
Ci occorre pensare
Al colore da dare
Alle pareti e ai tuoi giorni
E poi rossa vernice
Sotto le suole del tempo
Per ritrovare il cammino.

Scrigno

Adesso che ho imparato a digitare
Su tasti di cristallo ogni colore
E a confondere il dolore col silicio
Non sono ancora in grado di afferrare
Il mistero del tuo sguardo su di me.


Perduti come siamo in tutto questo,
Funamboli scampati all’equilibrio
Giocando ad ignorare il precipizio,
Crediamo che non ci attraversi il tempo
Che invece ci modifica i contorni,
Che invece ci allontana senza dirlo.


Ma non potrà venire a prendermi qui dentro
Nel fondo di ogni notte
Nel mio scrigno.

L’attracco di un’altra felicità

Poco più scuri, gli occhi
Dei tuoi pensieri, adesso
Bui come solo il mare può
La sera di un infinito giorno,
E lacrimano
E chissà che non sia
Solamente
L’attracco
Di un’altra felicità.


Il Visionario intervista Paolo Amoruso

Paolo Amoruso, classe 1995, event planner. Studente in Beni Archivistici e Librari. Follemente innamorato della parola, ha pubblicato Piccole Storie Indaco (Edizioni La Gru, collana Scintille, 2011), Aldebaran (silloge a quattro mani scritta assieme a Maria Grazia Vai, Edizioni Rupe Mutevole, collana Poesia, 2013), Madeleine (Edizioni Terra D’Ulivi, collana Le Murrine, 2014). Marmotte Domestiche è il suo ultimo libro. Andrea Salvataci, noto giornalista del Corriere Della Sera lo ha definito una voce potentissima e destabilizzante. Crede fortemente nella libertà d’espressione, nel potere dell’arte, della cultura come mezzo che dirige. Adora il vetusto, gli odori, le chele di granchio, le antine in legno bianco. Uno dei suoi migliori amici è il Biancosarti. Scrive perché scrivere è vita. Vive per scrivere.

Paolo, come mai la scelta di non usare la punteggiatura?

L’obbiettivo è semplice: permettere a chi mi leggerà di creare altre storie attraverso le mie parole. Credo che la figura che spieghi meglio questo esperimento, sia quella di un sillabario da cui chiunque può attingere come crede per poter, a suo modo, raccontare raccontandosi. Ciò non significa che il libro sia sprovvisto di un ordine ma che gli altri ne possano dare, in assoluta libertà, uno tutto loro.


La lunghezza dei tuoi testi, all’interno di Marmotte domestiche e l’assenza di punteggiatura, lo fanno quasi sembrare un monologo interiore. Hai mai pensato che una scrittura prolissa, potesse addirittura annoiare?

Sicuramente la lunghezza dei testi può sfociare nell’ampolloso. È anche vero, però, che i viaggi interiori sono sempre caotici, confusionari, non sono mai puliti prima della loro conclusione. Il lettore può abituarsi a questo stile. Arrivando alla fine troverà una chiarificazione.
Non a caso, ho scelto l’immortalità della parola come tema principale del libro. Il mio intento è quello di rappresentare la parola come un luogo nel quale si entra diventando un altro luogo, nel quale tutti coloro che vi entrano, a loro volta, sono altri luoghi ancora, e tutti, nessuno escluso sono legati da un filo indistruttibile che è la storia in primis, poi la vita.


La tua prima pubblicazione è avvenuta all’età di quindici anni. Un’età piuttosto giovane per uno che vuole far parte dello scenario letterario italiano, eppure a te è successo. Puoi raccontarci com’è avvenuto?

Ho sempre raccontato di aver seguito a scuola un corso di scrittura creativa, dove la mia insegnante di inglese mi stimolò a divulgare le mie poesie, a propormi presso case editrici. Effettivamente è così. Il primo libro è stato pubblicato l’inverno seguente questa esperienza. Poi gli altri, assieme ai concorsi, le interviste, gli articoli e le presentazioni.
All’origine però vi è un aneddoto di cui non ho mai detto che questa volta svelerò.
A 13 anni approdo su uno spazio virtuale, una comunità su cui si condividevano pensieri e ci si confrontava. Alcuni pubblicavano in anonimo, utilizzando spesso uno pseudonimo, ed io ero uno di questi. Qui incontro Perla, sicuramente la mia prima vera lettrice. Anche lei scriveva poesie, alle quali univa sempre delle immagini, volti e corpi generalmente. Mi legai prima alla sua poesia, estremamente simbolica, poi a lei. La nostra è stata un’amicizia di segni e segreti. Poi ci siamo persi, quando e come l’ho rimosso. Lei era solita dirmi che un giorno, mi avrebbe ritrovato tra le pagine di un libro, con la copertina e la rilegatura. Forse, non l’ho mai ringraziata per il suo incoraggiamento. A proposito di segni: a volte, mi piace pensare, che ci sia qualcosa che continui ad unirci, come le filigrane con le cartiere.


Che cosa ti aspetti da Marmotte domestiche?

Un rapporto. Mi piacerebbe conquistarne un rapporto con i lettori. L’ho già detto in un’altra intervista: non m’interessa l’approvazione, piuttosto il confronto, lo scambio. Mi piacerebbe moltissimo che qualcuno, dopo aver letto questo libro mi scrivesse per raccontarmi la sua storia, i suoi ricordi, le sue radici. Marmotte Domestiche è un libro che cerca contatto, calore, comunione, voci e volti.


Facci il nome di tre poeti che dovremmo assolutamente leggere.

Fernanda Ferraresso, Ron Padgett, Cristina Bove.


“Marmotte domestiche” è un’opera della modernità del giovane poeta pugliese, Paolo Amoruso. E un libro attraverso il quale lo scrittore sperimenta un nuovo stile di scrittura che conduce il lettore a conoscere se stesso e a toccare in profondità le corde della propria anima.

Martina Germani Riccardi – Inedito

Martina Germani Riccardi è antropologa, poetessa e lettrice. Vive a Venezia.
Nel 2016 Interno Poesia ha pubblicato la sua opera prima, Le cose possibili, che è stata ristampata tre volte. Alcune sue poesie sono contenute nelle antologie Premio Sirmione Lugana 2015 e Umana troppo umana – Poesie per Marilyn Monroe (Nino Aragno editore, 2016); altri testi sono stati ospitati su Poetarum Silva, Nazione Indiana, L’Espresso, Settepagine, Bab03.
Col fotografo Matteo Canestraro ha dato vita a Mama Project, un esperimento di poesia visiva.

il primo territorio di confine sono io,
che non so salutare una casa.

sono la mia barriera e sono l’altro.
sono mare e muro.

sono qualcuno che odia i muri.


MaMa Project

Mama Project fonde due persone: Matteo Canestraro e Martina Germani Riccardi.
Comprende una serie di interventi legati a uno specifico territorio. Nessuno di questi è concepito per durare.


"I senza sonno" di Andrea Bassani


Si dice che Fernando Pessoa, il celebre scrittore portoghese, evitò il suicidio grazie alla creazione del Barone di Teive, uno dei suoi tanti eteronimi, intellettuale aspro e uomo avaro che accetta di porre fine alla propria esistenza. Pessoa fece trasmigrare la variante del suicidio dal suo destino a quello del Barone di Teive. Morte del Barone, vita per Pessoa. Lo scrittore portoghese si è così servito della sua arte e di un suo personaggio letterario per salvarsi la vita, per liberarsi dall tarlo terribile di regalarsi la morte: crea il Barone di Teive e lo sacrifica; crea il Barone di Teive, gli trasferisce la sua ossessione e se ne libera. Il Barone si uccide e Pessoa non pensa più al suicidio. L’incubo è finito.

Talvolta l’artista non sa quel che crea, conosce solo il suo intento, la sua necessità di creare, ma non sa fino a che punto sia realizzabile e concretizzabile il suo progetto. È la sua fede che dà vita alla creatura, che insuffla la luce nell’opera e sembra conferirle uno spirito, una vita autonoma. Dunque, nella necessità di liberarmi dall’insonnia, in una notte come tante è nato il mio primo “senza sonno”.

Io li disegno e loro mi fanno compagnia, la notte. Io li disegno e loro mi dicono “dormi, vegliamo noi per te, terremo noi gli occhi aperti. Ora puoi chiudere i tuoi”. Allora io li metto tutti intorno al letto, mi stendo e mi addormento, sereno. La mattina mi sveglio e loro sono lì, con quegli occhi grandi che mi guardano, ancora pieni di energia nonostante la notte in bianco. Non dormono per me, perché possa dormire io. E io li ringrazio, i miei “senza sonno”.


Andrea Bassani nasce a Bergamo nel 1980. A diciannove anni, insieme a un gruppo di amici, costituisce una blues band della quale è cantante e si esibisce in locali notturni lombardi. A ventitré anni compone i primi versi e si avvicina con interesse al mondo della letteratura. A ventisei anni stampa la sua prima raccolta di poesie dal titolo “Amore Androgeno” (Edizioni d’arte Imedea). Per Alberto Casiraghy pubblica la plaquette “Mare” (Pulcinoelefante) con un disegno di Giacomo Pellegrini. Incontra la poetessa milanese Alda Merini, nel suo appartamento sui Navigli, alla quale sottopone i suoi scritti. Durante un secondo incontro la stessa poetessa lo invita a proseguire sulla strada della versificazione con più alte ambizioni. Nel 2007, in seguito a un’importante conversione spirituale, lascia famiglia, amici, lavoro e si trasferisce a Pistoia.
Trascorre cinque anni d’inattività artistica durante i quali si dedica allo studio delle filosofie orientali e al volontariato. Solo nel 2013, a seguito dell’incontro col prof. Ernesto Marchese, relatore di una serie di conferenze sulla poesia classica e contemporanea, ricomincia a scrivere. Il suo “Cantico della Bellezza” viene letto nelle sale affrescate del comune di Pistoia dalla compagnia teatrale “Il Rubino”.
Una sua silloge tratta dal poema “Lechitiel” è pubblicata e recensita dalla poetessa Maria Grazia Calandrone sulla rivista internazionale “Poesia” del Febbraio 2016 (n°312). Otto inediti vengono pubblicati su Nazione Indiana. Riceve due lettere di critica positiva dal Cardinale Gianfranco Ravasi. Pubblica nel 2016 per “Terra d’Ulivi edizioni” il poema “Lechitiel”, apprezzato anche in Francia tanto da essere inserito nel prestigioso catalogo della Biblioteca del Centro Pompidou di Parigi. Partecipa a reading letterari e collabora con importanti personalità della letteratura contemporanea. Alcune sue poesie si possono ascoltare su canali youtube. Parallelo e altrettanto vissuto come espressione poetica è il suo percorso pittorico. Ha scritto di lui Bernard Tiburce (Bibliotecario del Centro Pompidou di Parigi) e il Prof. Clemente Francavilla (Docente di Teoria della percezione visiva e Psicologia della forma, Accademia di Belle Arti di Bari). Ha ricevuto un giudizio positivo dal critico d’arte Gian Ruggero Manzoni. La sua opera “Il Profeta” è stata collocata presso il Museo sacello di Sant’Egidio della Chiesa San Pasquale Baylòn di Taranto.
Nel Dicembre 2017 la commissione della Rivista Internazionale “Vesalius. Journal of the International Society for the History of Medicine” sceglie il disegno “Gli occhi di Vesalius” per la copertina del Vol.XXIII, N°.2. L’opera “Gli occhi di Vesalius” è in esposizione permanente nell’Archivio Tematico Museale per la Storia delle Arti Sanitarie (ARTEMAS) del Policlinico di Bari. Nominato giurato per la prima edizione (2017) del premio di poesia Maria Maddalena Morelli “Corilla Olimpica” città di Pistoia insieme ad Ernesto Marchese, Matteo Mazzone, Marco Marchi, Gabriella Grande, Giacomo Trinci, Antonella di Tommaso. Nel 2017 una sua biografia e alcune poesie tratte da “Lechitiel” compaiono nell’antologia poetica rumena “Poezia”, tradotte dalla poetessa Eliza Macadan. Nel Febbraio 2018 pubblica la plaquette “Sia poesia” per “Il ragazzo innocuo editore” di Luciano Ragozzino: 50 copie autografate contenenti sei poesie e un’incisione originale. Nel Settembre 2018 pubblica “la castità” (Ensemble), nella nuova collana “Leontopodium” per cui realizza il logo.
 

Carlo Ragliani – Lo Stigma

Carlo Ragliani (Monselice, 1992) vive a Candiana, studia presso l’ateneo ferrarese di giurisprudenza.
Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su antologie e webzine letterarie, tra cui: InVerso – Giornale di Poesia, Carteggi Letterari – critica e dintorni, Laboratori Poesia.
Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti.
“Lo stigma” (ItalicPequod, 2019) è la sua raccolta d’esordio.

– Brama
che tutto finisca
che il regno
crolli
nella trama
d’un eterno comune
il sangue sarà mercurio
tra la supplica
e la superficialità
rimaniamo come argini
nella costrizione
dell’indebolirsi.


– Spingere
le ginocchia nella terra
e nel sale della terra
essere niente
il sasso a strozzare il flusso
della comunione
che più non sfama.


– Madre
l’amaro delle gocce
si perde
tra i passi compiuti
nell’assottigliarsi
della stasi
apprendere l’abbandono
l’anatomia
dell’inesistenza
ove il seme
si spegne.


– Padre
dal profondo
a te gridiamo
osiamo
la supplica
ancora
noi
di bestia in bestia
morte impilata
su morte.


– Perdono
settanta volte
sette
l’errore mortale
poiché fallibile
ma il danno
indelebile
si compie
nello stigma.


Eleonora Santamaria – Gli spietati

Eleonora Santamaria (1993), nasce al centro del mare di Salerno. La madre le dice che nella vita può fare grandi cose, quindi instaura una relazione con Vito, un leone marino di duecento chili, ma fa un buco nell’acqua. Col tempo, impara a coltivare il terrore per le biografie, la serenità e il formaggio. Per questo si laurea all’Università di Chieti in filosofia e canta in una band rockabilly, i Tenero Terrore, appunto. Con Chieti e il rockabilly, sforacchia di nuovo l’acqua e decide di trasferirsi a Roma. Lì, frequenta l’accademia di arte drammatica Acting, cambia colore di capelli, scrive sceneggiature, insegna ai bambini l’inglese e loro le insegnano varie canzoni massoniche. Incontra un uomo su un lago e l’acqua dei laghi non si può bucare. Nel 2017 pubblica Un manichino elegante (L’Erudita)
e nel 2019 Gli spietati (Edizioni La Gru).


Il principio era il Caos


Ma se posso essere
vestale
Se posso sentire
passi antichi
Sussurrare indietro
i secondi
Se posso
Allora Caos è
famiglia
Caos è casa
è sentire che non
svanisci
anche se sei sotto
la Terra
è sapere che non
abbiamo perso
tempo
che non è più
tardi, amore mio.


Afrodite

Il mio corpo è un tempio
Dice, un tempio?
Sì, un tempio
La città è al fuoco
ma il tempio resiste
Sì, resiste
Le sacerdotesse
sono scappate
dove?
via
E sopra piove
E sotto c’è il fuoco
E il tempio resiste
La terra si apre
Le colonne si piegano
Il tempio resiste
sull’altare lascio
Cosa?
Lascio che sono fiera
Fiera del tempio
della città al fuoco
e alla pioggia,
fiera del posto
senza sacerdotesse.
Del tempio,
sono fiera,
con le colonne che
si spostano
per far aprire la terra.
Il mio corpo
è un tempio che resiste.


Persefone

Alle sei, mi son sentita
un pochino felice
un pochino
quel tanto per sorridere
alla donna con la fronte a colline,
per toccare il naso dell’uomo liscio,
per far due minuscoli
saltelli che non sei sicuro
di aver visto e
non li vedi se piove.
Quel tanto per sperare
che una grotta
con i silenzi ovunque
e le parole attorno
e il tuo nome scritto
dentro i pilastri
esiste, sì, esiste
e quasi leggi
le tracce per entrare.
Alle sei, mi son sentita
un pochino felice
un pochino
quel tanto per fermarmi
sui gradini e
piangere
Piangere un pochino