Il Visionario intervista Benedetta Cari


Benedetta Cari nasce a Roma nel 1992. Dai primi anni di vita ha la fortuna di crescere accanto a un nonno con una mente sensibile e che le ha trasmesso tutto l’amore per la creazione in qualsiasi forma, tuttavia crescendo, La fotografia è diventata il suo modo di esprimersi principale. Non rientra nel suo campo di studi ufficialmente, quindi preferisce definirsi autodidatta. La sua fotografia vuole rappresentare il nudo femminile, non solo come concetto estetico, ma come nudo dell’anima.

Benedetta, quando hai cominciato ad approcciarti al mondo della fotografia?


La mia prima macchinetta fotografica mi è stata regalata dal mio fidanzato dell’epoca all’età di 17 anni, cioè nel 2009. Da quel momento ho iniziato a scattare ma molto di rado, solamente qualche anno più tardi, verso i miei vent’anni ho iniziato veramente a interpretare la fotografia come un modo per esprimermi e comunicare qualcosa.


Nelle tue opere, riesci a cogliere la nudità interiore del soggetto, attraverso l’intensità dello sguardo, prima di arrivare alla nudità corporea. Che cos’è per te il nudo? cosa vuoi rappresentare?

Credo che il nudo più importante non sia quello fisico ma quello emotivo, anche se tuttavia non ti nascondo che il corpo nudo mi attrae molto esteticamente, per la crudezza della sua vulnerabilità. Quando scatto una fotografia di nudo ci tengo a sottolineare che non ho sempre come scopo quello di rappresentare un corpo dal punto di vista dell’erotismo, anche perché secondo il mio parere non sempre alla nudità va affiancato il riferimento sessuale. Tuttavia, trovo invece i vestiti di una ingombrante superficialità. Proprio per questo motivo mi piacerebbe riuscire a rappresentare tramite i miei nudi, alcuni tra i più svariati sentimenti che esistono; utilizzando le espressioni delle modelle e anche i contesti dove scatto loro le fotografie: intendo dire che probabilmente se faccio una foto di nudo ad una ragazza in una foresta è più facile intuire che io voglia rappresentare la libertà o solitudine, piuttosto che l’intimità se lo scatto avviene all’interno della sua camera da letto. L’interpretazione da parte di chi vede poi la fotografia può essere diversa dal mio punto di partenza, ma spesso il fraintendimento è uno spunto di riflessione.


Hai la capacità di cogliere la femminilità anche quando come soggetto ci sono gli uomini. Come riesci a farlo? cos’è per te la femminilità?

Ho scelto di non fotografare quasi mai uomini, perché non riesco a mettermi in contatto con loro allo stesso modo con cui lo faccio con delle donne; molto probabilmente perché trovo che tra noi ci siano delle differenze che non riesco a far diventare semi fertili per la mia creatività. Per questo motivo quando li ho  fotografati ho cercato di snaturarli fino a renderli più vicini a me. Per me la femminilità non è altro che grazia e malizia.




Seguendo il tuo profilo Instagram (@benedetta_cari), abbiamo notato l’uso della censura, un elemento che sembra essere importante nella foto. Cosa pensi a riguardo? e, se mai dovessi organizzare una mostra, useresti la censura ugualmente?

Per quanto riguarda la censura delle parti intime sui social, non c’è purtroppo molto da dire. È semplicemente una regola di un social che io accetto passivamente per permettere a chiunque di vedere le mie fotografie su quel canale, tramite quel canale. Non c’entra nulla la censura con la mia fotografia e ovviamente se organizzassi una mostra o se stampassi un libro non sarebbe presente. Tuttavia credo che sia molto importante e imponente l’impatto che hanno i social media, soprattutto Instagram sul modo che abbiamo di concepire le immagini: molto spesso mi è capitato di ricevere come risposta, da alcune ragazze a cui chiedevo di scattare fotografie di nudo, “certo, tanto le devi censurare poi giusto?”
Come se la mia fotografia senza la censura non potesse esistere. senza la censura nessuno su Internet può vedere mia foto. Ma io non faccio le fotografie per Instagram, lo uso solo come mezzo di comunicazione. Se domani Instagram smettesse di esistere le mie fotografie esisterebbero ugualmente, e senza censura, solo con un mezzo in meno per farle viaggiare. 





Federico Preziosi – Variazione Madre

Federico Preziosi nasce ad Atripalda nel 1984. Laureato in Musicologia a Roma, insegna
Lingua e cultura italiana a Budapest, dove vive. Si avvicina alla poesia grazie al poeta Armando
Saveriano e nel 2017 pubblica Il Beat sull’Inchiostro, poetry slam ideata su intrecci di rime e
assonanze a ritmo di rap . Variazione Madre (Controluna) è il suo esordio Letterario.

Impicco i piedi alla ringhiera
quando ho fame.
Serva padrona Mantide
le tinte rosate. Nelle notti
su una scogliera di carne
e la testa. Se la porta via il mare
nessun orizzonte
sulle spire ambrate. Ho
un esofago di spine
che sedotte inchiodano
alla cenere i respiri


C’è ancora spazio a dipanare il commiato dai denti
le lugubri attese di carta carbone. Qualora calchi
con penne d’avorio il livore stipato
me ne starò contratta ad ogni espressione facciale.
Ho tra le mani i tuoi segmenti come pezzi minuti
che spargerei al vento. T’ho ritrovato torvo,
hai avuto una vita e non ti fa bene
cambiare stagione. La mia l’ho riposta lì in alto
dove a prenderla si fa più fatica. Quale
malsana routine sta per davvero nel mondo imperante?
Come lampada fioca ad olio ancora risplendi
che se cadi a terra mi si frammenta la carne
come a una strega mi incendi. Se cadi.


Mi attendo nell’attesa.
Sulle ciglia di mascara
ci si fa del male nella pratica,
nel dover migliorare.
Chiudo gli occhi
il mistero cade
sopra i battiti la saliva
lega strette ai polsi deboli.
Nel coacervo dei sinonimi
resto anonima, ma per te
il mio nome è uno.


Sono nata dall’incesto di una Madre
da un sangue rappreso in due palmi di mani
cosparso sul ventre in un mattino
in novembre, sul tramonto dell’autunno.
Raggelato sotto ai tocchi, gli irti rami,
penetrava lei in miti sciami, ed io
non sapevo nulla di un suono, di un mantice trachea:
godevo di un vagito doloroso quando
mi piantò le sue radici in corpo.
Divenni Figlio, Amore e infine Donna
la sua cute prominente, un odoroso incenso,
il giorno in cui recise labbra nell’iniziazione
mi ha rubato il bacio con occhi in lacrime.
Sul sesso piovve del mascara, un inchiostro
di lettere e diari, come se l’autunno
fosse primavera senza polline, mentre io
del miele mi cosparsi il volto.
La notte pregavo le falene di mangiarmi
portandomi da Dio senza condanna.
Dinanzi a lui, non volevo fossi io.


Il Visionario intervista Francesco Cristofaro

Domande su “Mi abitavi dentro” (La Rondine, 2019)

Francesco Cristofaro, nasce a Catanzaro, il 2 Giugno del 1995. Ha 24 anni e tanti sogni tra le mani. Studia Lingue e Culture moderne presso L’università della Calabria da un po’ e insegna Inglese. Scrive da quando ha cominciato a sentire che il dolore non è niente, se ne scrivi un po’ su un pezzo di carta. Ha pubblicato i romanzi Distanze (La rondine Edizioni, 2018) e Mi abitavi dentro (La rondine Edizioni, 2019).

Quando hai capito che scrivere sarebbe stato il tuo modo di concederti al mondo?

In realtà non l’ho mai capito. L’ho fatto e basta. L’ho fatto per salvarmi dopo aver pensato di salvare sempre gli altri e mai me stesso. Ho scritto quasi per egoismo, per bisogno. Il fatto che gli altri mi abbiano conosciuto è stato un caso, giuro.


Nel tuo ultimo romanzo “Mi abitavi dentro” parli della violenza sulle donne, fino a toccare il femminicidio.
Cosa ti ha spinto a toccare un’argomento così delicato
e attuale?


E’ stato strano. Non volevo parlare di violenza. Non ho scritto per parlare di violenza. Ma un romanzo è cosi, quando non vuoi parla al posto tuo. Il tema “violenza sulle donne” mi ha sempre bucato lo stomaco, forse era arrivato il momento di farlo sapere un po’ a tutti. Dire alle donne che non solo sole. Che qualcuno addirittura le capisce. Che qualcuno riesce ancora ad accarezzarle. Per questo l’ho scritto.


Mi abitavi dentro sta per diventare un opera teatrale.
Te lo saresti mai aspettato? 


Non mi sono mai aspettato nulla. In generale tutte le speranze le tengo dentro le mani e le metto in tasca. Per quelli come me, sperare, vuol dire quasi morire. Poi è arrivata questa proposta, e ho subito detto di sì. Ancora non ci credo. Abbiamo fatto i casting e tutto sta prendendo forma. Un po’ come le cose che non ti aspetti, che diventano magia, così.


Negli ultimi anni si sta sviluppando un modo di fare poesia molto immediata e quasi mai efficace. Parliamo dei giovani, dei social e degli instapoets. Che cosa pensi a riguardo?


Credo nel valore delle persone che scrivono. Credo che ogni tipo di scrittura abbia il diritto di dire al mondo che esiste. I social sicuramente sono uno specchio, una vetrina. Ma non si deve scrivere per i social. Si scrive per la vita, i social possono prenderti per mano, possono farti trovare da chi non ti conosce. C’è davvero chi ha bisogno di essere scoperto, ma c’è addirittura qualcuno a cui non importa niente. E scrive. Scrive e basta.


Fai il nome di cinque romanzi che ti hanno costruito come uomo e come autore.

Se questo è un uomo, Primo Levi. Il diario di Anna Frank. Questi due libri mi hanno detto che potevo farcela anche io. Ne ho letto moltissimi altri, ma questi due mi hanno quasi insegnato la vita.


Alma Spina – Inediti

Alma Spina nasce a Savona nel 1991. Dopo aver completato gli studi classici si trasferisce a Torino, dove si laurea in Discipline dell’Arte, della Musica e dello Spettacolo e nel frattempo si occupa di teatro di ricerca e performance. Ad oggi frequenta il corso di Laurea Magistrale in Lettere Moderne all’Università di Genova, città nella quale vive e lavora. Nel 2018 pubblica per Eretica Edizioni “Rovi”, la sua prima silloge poetica. Sue poesie compaiono su Neutopia, Rapsodia, settepiani, Poesia del Nostro Tempo

Hangover rantega brioblù
la lista di parole non parole
che tu mi riversasti giù in via
Prè: preppeppè mi hai fatto
nel portone – e sei scomparsa
goffa tra le sciure. Ma che ne è
di te che in via Cairoli una sera
mi hai detto che mi amavi
e poi due giorni dopo salutavi
con fare della mano burrascoso
quell’altro uomo, ed io non ero:
non era dio ed io guardavo
con che velocità muovevi
quella mano.


Ma tu, che amatissima risiedi
nel centro delle nostre trecce bionde
nelle tue bocce rotonde (che modi!)
nei nodi dei tre marinai sedotti
giù alla banchina. Io ero una gran
ragazzina, di te non temevo che il nome:
o Deucalione – dalle strane movenze
un ragazzo sprecato, una musa sgraziato.
Deucalione che ha addosso l’errore
grammaticale – divino – fetale
mi prese con quelle sue mani
di maschio danzante, di vergine
belligerante.


Nel mezzo delle crassule e viburni
“Ho sognato l’altra notte” mi dicevi
e spurghi che di notte sogni l’altra:
ti volti e dopo prendi un’altra strada.

Perché c’è sempre un’altra da sognare?

Ma tu sei già lontana dagli specchi
in cui ti rivedevo dentro casa.
Ammucchio, sposto il tiro, leggo il passo
di Eco quando “il suono esiste ancora”.


Giulia Fuso – Inedito

Giulia Fuso è nata a Perugia (1988), città dove tutt’ora abita e lavora.
Ha pubblicato “E dentro luccica” (Miraggi 2017) con la prefazione di Alessandra Piccoli (1970), poetessa del Gruppo 77 con diverse pubblicazioni alle spalle, fondatrice e gestrice del Blog letterario poetico “Bibbia d’asfalto”. Il suo ultimo libro è “Tu non dismetti mai le cose” (Eretica 2018).

Ti nutro fuori pretesto
nel punto dell’occhio che non vede
dove è ammesso restare
a bordo vasca vuota
bivaccare vicino al sapone,
di tutti i colori creati
io non ho bisogno
imparo solo i nostri, primari
che si odiano ordinati
con la mani in faccia quotidiane
assenti all’appello da mesi
e la coincidenza oppositorum
tra tutta questa carne
con il minimo residente nei tuoi discorsi
e la mia misura massima
tra le mie gambe.

Giovanna Cristina Vivinetto – Inedito

Anteprima da “Dove non siamo stati” (BUR Rizzoli, 2020)


Giovanna Cristina Vivinetto (Siracusa, 1994) vive a Roma, dove si è laureata in Filologia moderna all’Università La Sapienza con una tesi sulla poesia di F. Buffoni. Dolore minimo (Interlinea, 2018) è la sua opera prima, nonché primo testo poetico in Italia a parlare di transessualità. Con prefazione di Dacia Maraini e postfazione di Alessandro Fo, il libro è apparso sulle maggiori testate nazionali ed ha vinto numerosi riconoscimenti, tra cui il premio Viareggio Opera Prima. Una selezione di testi inediti, introdotti da una nota critica di Alberto Bertoni, è inclusa nel Quattordicesimo Quaderno di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2019). Il suo secondo libro di poesie, “Dove non siamo stati”, uscirà nella primavera 2020 per l’editore BUR Rizzoli.

Quando si muore le ombre si assiepano
un po’ più in qua, affondano dense negli anni
ultimi mentre nella mente tu ritorni quella
di sempre. Così non sei più la forchetta
impugnata al contrario, non sei
il giro di passi a vuoto nella casa
scordata né l’immensa paura annidata
negli occhi, più non sei la fatica piccola
nel tenersi aggrappata ancora a qualcosa.

Sei la voce mansueta nel citofono
nella visita del fine settimana:
Chi è? Chi è?, “Siamo noi, nonna, apri”.
Sei lo stupore buono in attesa
in cima alle scale.

Il Visionario intervista Gabriele Galloni


Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Ha pubblicato quattro libri di poesia e una raccolta di racconti. L’ultima è “L’estate del mondo”, edita da Saya Edizioni nel 2019. Suoi testi sono stati tradotti in vari paesi esteri e apparsi sulle maggiori riviste italiane.


Domande su “L’estate del mondo”

(Marco Saya Editore, 2019, Collana Sottotraccia).


Gabriele, nella tua ultima raccolta “L’estate del mondo” esordisci con un’ immaginario reale ma così alterato che sembra onirico, come in “Le corse a perdifiato tra i canneti; l’eco pomeridiana e l’eco a notte. / L’animale brusio e le sue interrotte / chiamate; e certi libri di poeti / scovati in biblioteche sotto il mare.” Pensi che la poesia debba raccontare l’assoluta verità?

La poesia può raccontare qualsiasi cosa; la verità è irrilevante. Non può esistere, in letteratura, il concetto di realtà – o di verità.


Nella prima parte della raccolta, C’è la Luna, paradossale come elemento, se pensiamo all’estate; e tu ne parli così:
” la Luna è questa duna senza attesa /di mare; “ oppure
” La descrivesti nuda, la tua Luna; / la descrivesti coperta di cenere / dal capo ai piedi; “. Perché hai scelto la Luna come uno dei tanti elementi chiave della raccolta?

Credo che la Luna sia la stessa di Laforgue, di Giraud, di Toulet. Potrei parlarne per ore; la Luna come archetipo, come decorazione, come elemento lirico o interferenza. Non mi piace pormi troppe domande a riguardo. La Luna è la Luna. C’è – è lì. Questo mi basta. Se in una poesia compare la Luna, beh, stai pur certo che nella mia scala di gradimento è un punto in più. Sono un sentimentale.


Sei uno dei poeti più giovani e promettenti nello scenario letterario italiano; Il consenso del pubblico sul tuo “In che luce cadranno” ha permesso di puntare l’interesse della critica su di te. Pensi che “L’estate del mondo” possa avere la stessa sorte?

Tra i più giovani non saprei; ho ventiquattro anni e comincio a sentirli. Anche Gozzano, del resto, deprecava in un componimento l’arrivo temibile dei venticinque anni. Tra i più promettenti, dici? Non so nemmeno questo; sicuro la mia è una poesia libera da vincoli, che fin da subito ha creato una sua indipendenza e originalità. “In che luce cadranno” ha avuto molto successo, ma al tempo stesso è stato anche una condanna. Non c’è intervista in cui non mi si chieda di quel libro – mi fa piacere che diversi critici autorevoli lo considerino un testo importante e, nel suo piccolo, influente; in molti mi scrivono citando quell’opera come uno dei loro punti di riferimento. Ma sono andato oltre, non mi interessa più parlarne.
Per quanto riguarda “L’estate del mondo”, invece, non mi sbilancio. Sarà quel che sarà.


Nell’ultima parte della raccolta dici:
“Noi dormiamo raccolti nell’ estate.”
“Il nostro sonno è come una corrente / di risacca;”
Che cosa rappresenta il sonno per te?

Ah, non lo so più. Ultimamente dormo pochissimo.


Fammi il nome di un autore giovane che dovremmo conoscere.

Credo senza dubbio Julia Gianferri, è un’autrice ancora inedita; nel senso che non ha per ora pubblicato alcun libro. Ma diversi suoi componimenti sono apparsi su riviste e facilmente reperibili. Lei è una delle nuove voci più promettenti in assoluto.


Tu e Mattia Tarantino, anche lui poeta, avete da poco festeggiato l’anniversario di Inverso – giornale di poesia. Come nasce l’idea di questa rivista? che cosa vi aspettate da lei nel tempo?

Come rivista siamo cresciuti tanto e in breve tempo. E’ bello sapere di essere seguiti e considerati una realtà importante. Dateci qualche anno e sarà una delle riviste più importanti d’Europa.

Inedito di Maria Grazia Nappa

Maria Grazia Nappa (Caserta, 1985), ha vissuto un’infanzia felice. Ha sempre amato la natura e odiato i giocattoli preferendo loro scatole vuote da colorare e con cui inventare storie. Immersa nell’arte, è cresciuta ascoltando cantautori italiani e francesi, osservando i dipinti comprati dagli artisti di strada, sfogliando le pagine di autori assurdi e sconosciuti.
Parlava poco e fu un incontro con un poeta a cambiarle la vita.
Lui le dedicò una poesia ancora prima di presentarsi; una poesia dedicata ai suoi occhi. Lei, dal giorno in cui lesse quei versi, fu catapultata in un’altra dimensione. Una realtà somigliante a un film. Purtroppo, a causa di una sensibilità troppo invadente, iniziò a subire interiormente brutte emozioni riconducibili all’abbandono.
Ho scritto la sua prima poesia a circa vent’anni. La poesia non è stata una scelta, ma l’unica strada plausibile. Usa i versi per stare bene, per curare l’anima, per salvarsi da se stessa e da un mondo che fatica ad accettare.
A febbraio del 2018 ha pubblicato la prima raccolta Le brutture dei cuori scalzi (Aletheia).
Vive tra Caserta e Vigevano. Nata Intera (Edizioni La Gru) è il suo ultimo Libro.

Inedito

Mi sento osservata dalle tue narici,
nel ventre del tuo sangue dimorano sette velieri.
E tu sei la prua della mia commozione,
fanciullezza remota del pianto antico.
Ti assomiglio al mattino,
quando il freddo s’innalza in venere;
odoriamo di mare grottesco
le cui maree divorano querce impazzite.
Solitarie, in sordina, tra i rami caduti, noi mai camminiamo, mai camminiamo.

Sono te in mille pezzi
Sei me in un sospiro;
Ogni mio scrigno
È recintato nel tuo.

Stella N’Djoku – Il tempo di una cometa

Stella N’Djoku (Locarno, 1993) è laureata in Filosofia. Nel 2015 e nel 2016 vince il Premio Speciale del Credit Suisse for Excellent Writing. Dal 2016 cura la direzione artistica di alcuni eventi culturali nella sua città. Alcune sue poesie sono pubblicate sulle riviste letterarie «Graphie» e «Atelier – Gli artigiani della parola». Lavora come giornalista e insegnante.
Il suo primo libro è Il tempo di una cometa (Ensemble, 2018)

A metà
tra mare deserto e più su
montagne e foreste

Senza radici
spalle atlantiche
per sopportarne il peso

Non posso contenere
ciò che mi contiene.




Mi avessero detto
non tornerai a casa
avrei riso – chi
riesce lontano –
ma mi ritrovo dove non rimangono
cicatrici o paura di stelle
infiammate una volta per tutte
lontano.
Non tutto finisce dove comincia.



Non ti hanno visto
che nelle foto a colori
nelle storie
che racconti modificate di volta in volta
per non dimenticare.
Ma avremmo detto tutto di te
le stesse linee degli occhi
la certezza di esistere.



Tutto un groviglio
il mio ventre di stelle
mentre siamo conchiglia
deriva e esplosione
non dover essere niente.


Helèna Stefanelli – Poesie inedite

Helèna Stefanelli è salentina. Scrive semplicemente per sopravvivere a se stessa.
Un cliché, direte, ma è la legge dei poeti;
una condanna che dura trentaquattro anni e sembra non cessare mai.
Nasce il giorno della vigilia di natale e perde la voglia di festeggiare ancora prima di venire al mondo. Si porta un vuoto dentro
da sempre e questo le porta via gran parte della felicità. Lei è attrice, recita da ventidue anni, ha un marito e una figlia meravigliosa.
Lei è meravigliosa.

Merda
Si è davvero tutto rotto
Tutto distrutto
Che ci faccio in questo posto
Salgo su
Fino in cima
E poi mi butto
Da questo pensiero
Che si è fatto specchio
Mio Dio che brutto
Io lo vedo il difetto
Quel circuito che si è rotto
Ossidato e spaccato nel mezzo
Che pare impossibile
Ma è un dato di fatto
L’ossigeno l’ho respirato tutto
Non basta un buco, no!
Mi ci voleva un pozzo!!
E invece come non detto
E la carenza di elettroni
La ruggine, quel Bruno/rossiccio
Che certe cose non me le aspetto
Che ho l’infanzia di un gatto
E ho perso l’equilibrio a metà percorso
Che s’è sgretolato il muretto
E cado in piedi, sì, ma non resisto
Restano dei grossi pezzi di gesso
Ora
Ora posso scriverti dappertutto
Di nascosto
Ma non lo faccio
No, non c’è più posto
L’albero è secco
Sì, io rinsecchisco
Io me lo ricordo quel brutto posto
Ci ha pensato la xylella a cancellare tutto il resto
Ma che disastro
Ma quale rospo
Niente più principe
Io sono il mostro.


Lo sapevo
L’ho rifatto
Ho rialzato un muro altissimo
Qui dentro non c’è molto
È un posto stretto
Ridicolissimo
Ci sono dentro tutte le cose che non voglio
Tutte sospese nell’aria, galleggiano
Anche il suolo non sta fermo un attimo
E mi viene il vomito
Mi gira tutto
E c’è un vuoto tremendo proprio nel petto
Sssshhh, stai zitto!
Io, lo sai mescolo tutto
Nessuno te l’ha chiesto
Che cosa pensi di questo impiastro
Di questo inferno che mi costruisco
E non lo so se ne esco
Se ho voglia di vedere quanto resisto
Fuori da questo posto
Che almeno lo conosco
Mentre il resto
Il resto
Mi sa che è tutto guasto
Corro il rischio
Di collezionare altro disgusto
E tu stai zitto!

stai zitto?

Ho visto nei tuoi occhi che mi salvo
Ho detto a voce alta: sì, lo voglio.


E gli occhi va bene
Quelli non li controllo più
E me li fate tramontare con le bombe
Con le vostre magie da stregoni potenti
Ma le mani, gli incubi, questa smania che ho dentro
Chi me la toglie sta roba di torno
Questo non arrendermi,
non farmelo bastare un solo tipo di mondo
Che non voglio, non me la sento
Di farmi spegnere la testa e poi scompaio
Chi me lo leva sto pensiero ricorrente
Che senza te, senza tristezza
io poi non muoio e sono niente.


Nei tuoi occhi bambini, il fulmine
L’albero spaccato nel mezzo
La tua meraviglia

Nei miei, offuscati e inaffidabili,
Fu la rondine
Che sempre sa dove tornare.